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    I Cristiani e la pace. Un libro di Mounier

    C'è un libro, ripubblicato in questi giorni, che colpisce profondamente. Colpisce per l’acutezza d’argomentazioni del suo autore (si parla del rapporto tra i Cristiani e la guerra), per la lucidità nel prevedere gli eventi futuri (come una conferenza di pace alimenti un conflitto) e, soprattutto, per essere una guida nell’affrontare l'invasione dell'Ucraina. Sembra di leggere parole di queste ore, perché la costruzione logica e la forza morale si adattano perfettamente alle vicende di oggi: abbiamo davanti l’errore commesso in quegli anni e l’errore, analogo, che si potrebbe commettere oggi. Ma andiamo con ordine.

    Il libro (I Cristiani e la Pace) è di Emmanuel Mounier, francese, pensatore cattolico, fondatore di Esprit, rivista molto influente della cultura cattolica e teorico del "personalismo", la concezione del mondo che, nell'ispirazione cristiana, mette al centro la persona, anzi la sua irriducibilità a qualunque concezione collettivista, sia comunista che nazionalista. Il libro ha una prefazione di Stefano Ceccanti, fondata sul “realismo cristiano”, che rifiuta allo stesso tempo il "bellicismo" e il "pacifismo". Quel realismo che è alla base degli articoli 11 e 52 della Costituzione italiana, in cui si “ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”, ma non certo come strumento di difesa della libertà e della sovranità legittima di uno stato. Per altro, Ceccanti ricorda come nel dibattito della Costituente un emendamento di pacifismo radicale e di “neutralità perpetua” dell’Italia sia stato bocciato a larghissima maggioranza.

    Per capire la lungimiranza e la straordinaria lucidità di Mounier dobbiamo collocare bene il testo. Siamo nel 1939, Hitler è già al potere da sei anni; si è annessa l'Austria appena un anno prima e vuole continuare con la politica di espansione: manifesta perciò l'intenzione di occupare la Cecoslovacchia, agitando la questione dell'etnia tedesca (i Sudeti) che in quel paese subirebbe dei torti. Analogie con l’Ucraina? tante, anzi tantissime. C'erano già le prove delle intenzioni di Hitler, non solo attraverso le sue parole, ampiamente note e diffuse, ma con l'atto inequivocabile dell'Anschluss dell'Austria. Alla Conferenza di Monaco, riunita per risolvere le tensioni con la Cecoslovacchia, i paesi democratici, Inghilterra e Francia acconsentono alla cessione di una parte della Cecoslovacchia alla Germania. Il patto è firmato dai due paesi, con la Germania e l'Italia. Nessuno invita però la Cecoslovacchia a partecipare. A causa delle decisioni altrui, quel paese si trova in un attimo con 30mila km di territorio in meno e 3milioni e 600mila persone che cambiano cittadinanza, senza il loro consenso.

    L'approccio inglese (di Chamberlain, perché Churchill verrà dopo) è l’"appeasement", cioè di pacificazione, di appagare le mire naziste, con l'idea che, in fondo, si tratta di un territorio abitato da residenti di lingua tedesca (si veda l'analogia con Crimea e Donbass) e, alla fine delle fini, è un modo, magari brutale, di adempiere al principio democratico dell'auto-determinazione dei popoli. Convincimento debole delle democrazie, rivelatosi a pochi mesi di distanza del tutto errato. Così come adesso c’è qualcuno che chiede la resa agli Ucraini, a prescindere dal loro parere, anche allora qualcuno decide la resa della Cecoslovacchia, a prescindere dal parere del suo governo legittimo. Oggi come allora il volere dei popoli non è accettato, o rifiutato, ma “interpretato” o giudicato irrilevante. La differenza è che nel caso dell’Ucraina non è il suo governo, o il suo popolo, a volere la resa, ma i “pacifisti” italiani, in loro vece, se così si può dire.

    Alla firma dell’accordo c’è subito un sollievo generale: una nuova guerra è evitata; Hitler è accontentato; si può tranquillamente tornare alle occupazioni precedenti. Sospiro generale di sollievo, che poi si rivelerà fatale, perché di lì a poco Hitler avrebbe continuato con le aggressioni e avrebbe provocato la Seconda Guerra mondiale. Sospiro generale di sollievo non per Mounier, che scrive il testo proprio nel 1939, a conclusione della Conferenza di Monaco, e naturalmente prima dello scoppio della Guerra mondiale (che perciò l’accordo non ha evitato) e, addirittura, solo poche settimane prima di un altro accordo, questa volta tra Germania e Russia, per la reciproca spartizione della Polonia. Mentre tutti (Inghilterra e Francia) sono convinti che non fermare Hitler avrebbe evitato la guerra, succede l’opposto, cioè la guerra.

    Per Mounier il Patto di Monaco non serve a fermare Hitler. Non è accondiscendendo ai suoi desideri, alla sua volontà di potenza e all’ingiusta cancellazione della Cecoslovacchia che una nuova guerra sarebbe scongiurata, ma bisogna fermare Hitler anche con la forza, se necessario. Allora per un cristiano si pone il quesito se è accettabile un conflitto, cioè la violenza, cioè la forza, sia pure contro Hitler, di cui al tempo, non sono noti tutti i crimini, alcuni dei quali, i più gravi, ci sarebbero stati proprio dopo la firma del Trattato.

    Nella visione di Mounier ogni cristiano si batte per “disarmare i cuori”, per ottenere una pace fondata sulla giustizia e non come la pura e semplice assenza di guerra, quella che chiama "la sostanziale rassegnazione alle pulsioni peggiori della volontà di potenza". Dice Mounier ai “pacifisti”: “non avete il diritto di escludere la guerra a ogni costo”.

    Il punto centrale della riflessione di Mounier è che la pace, se si esclude la dimensione della santità integrale, cioè quella della Carità assoluta, perciò della massima evangelica di non opporsi mai e comunque al malvagio, è un valore non superiore alla giustizia. Inoltre, la santità integrale è il frutto “di una lunga preparazione collettiva alla vita cristiana eroica di una nazione intera…e non ha nulla a che vedere con la semplice considerazione materiale dell’insieme di rovine e dolori che la guerra provocherebbe”. Se non ci sono queste condizioni storiche, allora il dovere del cristiano è quello di battersi per una pace che comprenda la giustizia, altrimenti è solo una resa. Non si può pretendere che “una nazione intera possa acconsentire a scomparire piuttosto che a difendersi da un aggressore ingiusto”.

    La “pace” raggiunta con la forza, con la dominazione, con l’oppressione delle persone e dei popoli non è accettabile per un cristiano, anche perché, secondo Mounier, citando Benedetto XV del 1915, “Le nazioni non muoiono; umiliate e oppresse esse portano, frementi, il giogo loro imposto, preparando la rivincita e trasmettendosi di generazione in generazione una triste eredità di odio e di vendetta”. Aggiunge così Mounier che “la pace alle sue sorgenti spirituali, è costituita da un ordine il cui primo fondamento è la giustizia.”

    L’acconsentire alla guerra, o meglio alla forza, come indica Mounier, è una extrema ratio che per il cristiano deve poggiare su “rigorose condizioni”. Facendo riferimento a un testo dei Teologi di Friburgo del 1931, Mounier ne indica quattro da rispettare: i) la risposta della forza “deve essere pubblica e dichiarata da un’autorità legittima”. Il diritto pubblico e il diritto internazionale diventano così una guida anche per il Cristiano rispetto alla determinazione se una guerra è “giusta” o meno; ii) deve “avere una causa giusta e cioè la riparazione di una grave ingiustizia; inoltre, il motivo della guerra non deve solo essere giusto di per sé, ma deve esserlo in proporzione ai rischi e ai mali che la guerra può causare; iii) “la guerra deve essere condotta con una retta intenzione, deve cioè essere intrapresa e portata avanti con l’unico scopo della pace, e di una pace giusta”; iv) la guerra “è giustificata solo se risulta essere l’unico mezzo per riparare l’ingiustizia”. Aggiunge Mounier che, “queste condizioni formano un tutto inscindibile e il venir meno di una sola di esse è sufficiente a tacciare la guerra di illegittimità.”

    Se usiamo questi criteri nel caso dell’Ucraina, troviamo che: i) la difesa del Paese dall’invasione russa è dichiarata dal suo governo legittimo (per altro eletto con regolari elezioni in un regime democratico); ii) ha una causa giusta, perché respinge un’invasione compiuta contro il diritto internazionale, secondo cui i confini di un paese non possono essere cambiati con la violenza; iii) la difesa dell’Ucraina ha una “retta intenzione”, perché intende salvare la sua esistenza e la sua volontà di aderire all’Europa e di vivere in un regime democratico; iv) è “l’unico mezzo” per riparare l’ingiustizia, perché senza combattere, sarebbero occupati da una potenza straniera. La guerra di difesa dell’Ucraina rispetta perciò contemporaneamente tutti e quattro i criteri esplicitati da Mounier.

    Fin qui Mounier. Fin qui la sua capacità di vedere come dietro un atto, apparentemente “buono”, la firma di un trattato, cioè di un atto diplomatico, ci sia un’ingiustizia di fondo (aver deciso sulla testa di uno stato sovrano e di una nazione intera senza neppure chiederne il parere); ci sia una forma di pace che “non pacifica i cuori”, anzi crea oppressione e conseguente rancore; ci sia l’illusione, indulgendo ai desideri dell’aggressore, di allentare la sua volontà di potenza. Fin qui la lucidità di chi, partendo dall’esperienza cristiana, sente il realismo dei fatti e non abbandona l’ispirazione di fondo della primazia della persona, e della sua superiorità rispetto a ogni confine, a ogni razza e a ogni altro segno distintivo del mondo. In una parola della giustizia.

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