Leader e programma: due questioni, entrambe senza risposta. Sul leader, incredibilis dictu, si è persino proposto un prestanome... ma non occupiamoci qui del leader — ovvero del gioco delle convenienze soggettive dei contendenti — e affrontiamo il programma. È un vaso di Pandora persino più grande di quello della scelta del leader. Perché?
Per cominciare: che cosa vuol dire scrivere un programma in un mondo nel quale siamo sottoposti al dettato di eventi che non dipendono da noi e che non riusciamo neppure a condizionare? Se guardiamo al dibattito italiano e mondiale, vediamo che le questioni decisive stanno oltre i nostri confini, anche quando dominano in modo netto e diretto la nostra vita quotidiana. E poi c’è l’accelerazione dell’incertezza: c’è qualcuno che sappia — esattamente — come finirà la guerra intorno allo Stretto di Hormuz? C’è qualcuno che possa stabilire che cosa sarà dell’invasione russa dell’Ucraina fra tre mesi o tre anni? Qualcuno sa se l’escalation russa contro l’Europa, per ora ibrida e semi-occulta, crescerà, e in quale forma, e con quali conseguenze e quali risposte renderà necessarie? Dunque: quale programma scriviamo?
Se siamo dentro un mondo imprevedibile, l’unico programma razionalmente scrivibile — e sul quale chiedere il consenso della popolazione — non può essere un catalogo di decisioni già prese. Può definire, semmai, una posizione politica capace di misurarsi con le situazioni che via via si presentano: non criteri di galleggiamento (per quelli esistono una storia e uno stile, a destra come a sinistra, che non occorre illustrare), ma fermi criteri di guida alle decisioni. Un impianto nel quale si definiscano una postura e alcuni obiettivi generali; insomma, una bussola per decisioni da prendere se, quando e nel modo in cui le circostanze lo richiederanno.
Per costruire questo assessment politico servono uno sguardo ampio — capace di abbracciare il mondo nelle sue fenomenologie più importanti — e un’intenzionalità politica fondata sulla consapevolezza delle scelte di fondo del nostro Paese. La domanda è: dove ci troviamo? Domanda che obbliga a capire che cosa stia accadendo su una scala più ampia. Prima del 1989 avevamo un ordine mondiale che, visto dalla prospettiva di oggi, appare relativamente semplice: due blocchi contrapposti: da un lato il “mondo libero” — democrazia, mercato, diritto — e dall’altro il mondo comunista — ideologia fondata sulla “classe sociale”, in realtà sulla classe burocratica, e non sulla persona; totalitarismo; economia pianificata. In quel mondo c’era posto per la deterrenza: un potenziale distruttivo nucleare enorme da entrambe le parti, che ha evitato gli scontri diretti e “controllato” le conseguenze degli scontri “periferici”, seppure molto cruenti.
Il crollo dell’impero sovietico ha prodotto un nuovo ordine unipolare, breve e clamorosamente segnato dalla vittoria del sistema occidentale e dei suoi valori. L’attacco alle Torri Gemelle — se vogliamo fissare una data — ha spezzato quell’unipolarità, aprendo un’altra faglia di conflitto fra l’estremismo islamista e l’Occidente. La contestazione al capitalismo, se vogliamo ridurla a una formula, si è spostata dal terreno politico a quello religioso. Ne è prova la questione palestinese, nella quale il potere di rappresentanza — se così vogliamo chiamarlo — è passato da una rappresentanza laica e socialista, incarnata da Arafat, a una fondamentalista islamica, incarnata da Hamas. Per alcuni anni la faglia conflittuale è sembrata perciò assestarsi sul conflitto fra Occidente ed estremismo fondamentalista. Oggi non è più, o non è più soltanto così: gli attori si sono moltiplicati e, con essi, le combinazioni delle alleanze.
Pensiamoci: esiste un’alleanza reale fra Cina, Iran e Russia, che i protagonisti vorrebbero più ampia e più strutturata. È nato un nuovo blocco post-sovietico che, pur privo di un’ideologia unificante, mette insieme tre grandi specie di autoritarismo? Il “mondo libero” è considerato dai tre regimi un nemico. Su questo non vi sono dubbi. Durerà? Potrà diventare un nuovo “impero”? E su che cosa sarà fondato: sul diritto dei lupi e sulla forza militare, tendenza Russia; sulla proposta di un mondo altro, orientale, abissale, tendenza Cina; sul fondamentalismo islamico, tendenza Iran? E chi lo guiderà, e in quale forma?
Che cosa fanno e faranno Paesi come l’India, che è una democrazia — anzi, la più popolosa del mondo — ma che non possiamo ascrivere automaticamente al mondo “occidentale”? E la recentissima alleanza militare fra Turchia, Arabia Saudita e Pakistan, all’ombra del nucleare di quest’ultimo: quali prospettive ha? E la Turchia? Da anni ha riscoperto un proprio “sovranismo imperiale” che la allontana dall’Europa, cui pure aspirava — aspira ancora? — e tiene i piedi in molte, forse troppe scarpe, NATO inclusa. Fermiamoci qui, senza entrare nel quadrante indo-pacifico: Taiwan, il Giappone e le sue tensioni con Cina e Russia. Insomma, si profila già un mondo multipolare, con imperi nuovi e di natura nuova — o molto antica. Ma “multipolare” è soltanto una parola, perché l’interrogativo più grande riguarda gli Stati Uniti. Come cambierà, se cambierà, la politica di questo Paese? Lo sa qualcuno? E la corsa con e contro la Cina sulle cose che più contano — dall’intelligenza artificiale alla produzione industriale, dal complesso militare al primato sui valori morali — come si svilupperà? Ancora una volta: c’è qualcuno che lo sa?
C’è persino una complicazione in più rispetto al passato. Fra i due imperi opposti, Stati Uniti e Unione Sovietica, non esistevano interdipendenze economiche comparabili: erano mondi che, in larga misura, bastavano a sé stessi. Nel confronto fra Stati Uniti, Cina ed Europa, invece, le interdipendenze sono fortissime: sono, gli uni per gli altri, mercati di sbocco, finanziatori, fornitori e clienti; dipendono reciprocamente dalle supply chain tecnologiche. Interdipendenti e rivali: si affaccia nella storia una forma inedita di incontro-scontro. Quale sarà l’esito?
Quale bussola si può trovare, allora, in questa complicata contingenza? Quale ruolo strategico può giocare l’Italia, il nostro “piccolo” Paese, che rappresenta lo 0,75 per cento della popolazione mondiale e il 2,17 per cento del PIL? Per storia, cultura e intensità degli scambi economici e sociali, l’Europa è la nostra patria. Questo vale sia nel rapporto con gli Stati Uniti — auspicabile, con una visione americana dell’Europa più rispettosa e meno “trumpiana” — sia in una chiave di autonomia europea. Al di sotto della scala europea non esiste, per noi, una dimensione strategica praticabile. Su questo, credo, non c’è molto da aggiungere.
Scegliere l’Europa oggi comporta conseguenze nuove, importanti e concrete. Significa allinearsi alle politiche di Francia, Regno Unito e Germania, anche a sinistra, soprattutto a sinistra. Perché pensare che un Sánchez claudicante e minoritario — proprio a causa delle sue scelte politiche — possa rappresentare un’alternativa a tutti gli altri partiti socialisti del continente è una miopia imperdonabile. Se si accetta, almeno per necessità, se non per entusiasmo, l’Europa, allora ne discendono una difesa comune, un controllo comune dell’immigrazione, un sostegno comune all’Ucraina e una risposta comune alle provocazioni russe. Da questo compact non si esce. La “furbizia” di dirsi europeisti — altrimenti, per chi? — per poi distinguersi ogni volta dall’Europa e talvolta fare l’opposto è, appunto, una furbizia di corto respiro. Accettare il destino dell’Europa significa accettarne le politiche, contribuendo naturalmente a definirle. D’altra parte, nella storia repubblicana vi è sempre stata una quota di elettorato, fra il 25 e il 35 per cento, contraria all’Europa: magari per ragioni diverse da quelle di oggi, ma non è certo una posizione inedita nella nostra storia.
È dunque tutta politica estera, il programma? A parte l’usurata battuta secondo cui ogni politica estera è anche politica interna, resta la politica interna: quella che dovrebbe rendere il nostro Paese più forte e la sua popolazione più felice. È vero che fra i due obiettivi non c’è una causalità stretta, ma difficilmente può esserci l’uno senza l’altra. Un programma è una guida, ma è anche una gerarchia di obiettivi. Questo decennio, al di là delle contingenze specifiche, si è mostrato conservatore; insomma, ha paura del nuovo. Ogni proposta, ogni referendum, ogni legge su qualsiasi materia — compresa perfino la riforma dei medici di base — viene rigettata: si preferisce sempre lo status quo. Sociologicamente è comprensibile: una popolazione fra le più anziane del mondo, volete che sia rivoluzionaria?
Eppure sappiamo anche che l’inerzia non gioca dalla nostra parte: la deindustrializzazione è una iattura, non un mondo più pulito; l’università, salvo poche e clamorose eccezioni, scivola in una mediocrità crescente, fra rigidità burocratiche, compensi minimi e studenti insoddisfatti e in fuga; la sanità non riesce a tenere il passo della domanda; Sull’intelligenza artificiale — decisiva, a detta di tutti, da Putin e Xi Jinping ai grandi protagonisti californiani — siamo pressoché all’anno zero. Non c’è bisogno di allungare l’elenco: lo ha fatto Draghi, in maniera ricca e dettagliata, qualche mese fa.
Detto in altre parole: c’è qualcuno che abbia un’idea forte sulla sanità — non soltanto più risorse, necessarie ma non risolutive? Qualcuno che abbia il coraggio di dire come vada cambiata l’università? Qualcuno che dica come porre fine all’agonia dell’industria automobilistica? E poi: si può nascondere il problema politico più avvertito dalla popolazione — a torto o a ragione — e che spinge molti a votare a destra, cioè l’immigrazione? Si può proseguire in una contrapposizione simbolica, o poco più, senza costruire una vera constituency politica: un consenso organizzato attorno a pochi ma forti princìpi e, dunque, un modo strutturato di gestire il fenomeno? Si può avere su questo tema — azzardo — una politica, se non letteralmente bipartisan, almeno fondata su alcuni paletti importanti e condivisi? Una politica che marginalizzi, da un lato, gli “accogliamoli tutti, chiunque siano e in qualunque modo, legale o meno, arrivino” e, dall’altro, i folli, inaccettabili e velleitari sostenitori della fantomatica remigrazione?
Qual è l’alternativa? Un programma-sommatoria che, nel migliore dei casi, prende i settori uno alla volta e procede a qualche aggiornamento, lasciando sostanzialmente le cose come stanno, con qualche piccolo aggiustamento e qualche “bandierina” da postare su questa o quella collinetta? Nel peggiore dei casi, potremmo avere un programma-esigenziale: la lunga lista delle cose che non vanno, senza però indicare una soluzione praticabile.
Il programma rappresenta il manifesto di uno sforzo collettivo: indica, qui e ora, quale sia il compito di un Paese, che cosa voglia essere e a quale aspirazione razionale ed emozionale insieme, ciascuno possa riferirsi, nel proprio ruolo e nella propria responsabilità. Le elezioni sono uno dei pochi momenti — forse l’unico — in cui il mondo autoreferenziale della politica è costretto a misurarsi con l’intera popolazione, compresa la grande maggioranza (oltre 90%) che non segue quotidianamente la politica ma ha ben presenti timori e speranze. È allora che, quasi paradossalmente, i leader, anziché soltanto agire, sono “agiti” dall’elettorato: gli elettori proiettano su di loro ciò che immaginano sia meglio per sé, per il proprio gruppo e per il Paese. Per un momento, sono essi stessi il leader collettivo.
l programma serve a costruire la consapevolezza di un Paese; rappresenta i valori metapolitici che lo tengono insieme. E oggi il Paese ha urgente bisogno di ottimismo: di un ottimismo capace di rompere la cappa di piombo di una narrazione “catastrofista”, buia, carica di “sensi di colpa” collettivi in quanto europei e occidentali, come se il futuro fosse soltanto una minaccia e non anche una promessa. Una narrazione che guarda al passato come a un accumulo di errori o a un deposito di strumenti inutili e inservibili, senza peraltro avere ancora nulla — o quasi — con cui sostituirli. Eppure, se guardiamo alla vita materiale quotidiana — per quella psicologica e spirituale servirebbe un altro capitolo — gli italiani non hanno forse mai vissuto meglio che negli ultimi venti o trent’anni? Possiamo vivere ancora meglio? Certo. Il programma — o, meglio, la politica — ha proprio questo compito: dire che cosa sia il meglio e farlo accadere. Non è facile. Ma qual è l’alternativa?
Economista. Docente all’Università di Firenze. Master in Economia dello Sviluppo, Laurea in Scienze Economiche e Sociali. E’ cresciuto al Censis, responsabile di Sociometrica, è consulente strategico.