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    Il giorno dopo del turismo: nuovo, creativo, migliore

    Di tutti i settori economici, quello turistico, è il più colpito, anzi cancellato, azzerato, da quel mostruoso vermiciattolo asiatico rotondo e spumoso che risponde al nome di Covid_19. Cancellato non perché chiuso, ma perché nessuno legalmente oggi può dormire fuori casa. Non si poteva fare diversamente: comanda il virus e finché non sarà battuto continuerà a farlo; noi dobbiamo ragionare con quale piano e qual idee riprendere.

    Finché è in corso l’epidemia è difficile fare un bilancio delle sue conseguenze, anche perché il turismo è il settore più aperto dell’economia, perciò dipende non solo da quello che succede da noi, ma anche da quello che succede negli altri paesi (la metà delle presenze arriva dall’estero). La ripresa non sarà meccanica, automatica, come per una impresa industriale (anche se è complicato pure in quel caso) perché: non siamo sicuri che non appena sarà possibile viaggiare, all’istante le persone perderanno la paura di viaggiare e non possiamo immaginare facilmente la psiche del post-virus, visto che è la prima volta che la sperimentiamo; le compagnie aeree hanno dichiarato che impiegheranno meno aerei e faranno meno voli, anche dopo l’uscita dall’epidemia, perché prevedono una caduta netta della domanda; in queste settimane le imprese stanno utilizzando anche le ferie dei dipendenti e molte attività lavorative si prolungheranno oltre il consueto, perciò è facile prevedere che ci saranno meno giorni di ferie per tutti e, last but not least: in queste settimane di non lavoro quanti soldi resteranno per fare viaggi? Per l’Italia le sole vacanze estive rappresentano oltre un terzo del mercato annuale.

    C’è poi un punto speciale da capire e riguarda alberghi e villaggi turistici stagionali, che lavorano solo in estate. Nessuno sa quante siano le strutture “stagionali” e quelle aperte tutto l’anno. Abbiamo l’impressione che, ad esempio, nel sud la maggioranza delle strutture, anche alberghiere, sia stagionale. A parte che essere aperti senza domanda non cambia molto, tuttavia farà grande differenza aprire il primo giorno di giugno, di luglio o di agosto. Per alcuni fa la differenza tra un meno 30 %, un meno 60% e un meno 80 % di fatturato.

    In questo quadro di incertezza sull’andamento del virus; maggiore incertezza sull’andamento del mercato e incertezza massima sui ricavi pronosticabili, la strategia migliore dovrebbe avere questa gerarchia: 1. Salvare le aziende alberghiere; 2. Ristrutturare l’offerta; 3. Rilanciare la domanda.

    Le ragioni di questa gerarchia sono evidenti. Le imprese hanno problemi di sopravvivenza perché hanno problemi di liquidità: pagare i dipendenti, gli affitti, le spese di manutenzione, i canoni dei mutui, che spesso sono cadenzati sulle entrate estive, senza avere nessuna entrata è (quasi) impossibile. il problema non è (solo) di credito, infatti qui non si tratta - ma vedremo al secondo punto – di fare investimenti, ma di avere l’ossigeno per ricominciare: primum vivere!

    La ripresa sarà un mondo cambiato. Non sappiamo esattamente come, ma possiamo intuire che sarà più digitale, sarà più “securitario”, nel senso che la sicurezza, in tutte le sue forme, sarà importante, e si vorranno strutture ineccepibili da tutti i punti di vista. Detto in una sola parola, sarà un mondo più selettivo. L’albergo che non profumerà di nuovo sarà improvvisamente visto non con gli occhi della nostalgia, ma della diffidenza. Approfittando di questo rallentamento del mercato, bisognerà ripresentare i nostri alberghi più competitivi di prima, più digitalizzati, rinnovati, brillanti. Data la crisi di liquidità e la lotta per sopravvivere del presente, quest’opera non potrà avvenire senza il contributo pubblico. Gli alberghi sono l’asse strategico dell’industria dell’ospitalità, e in questi momenti critici, anzi drammatici, lo si vede chiaramente: non si mettono gli asintomatici nelle seconde case delle piattaforme digitali, ma negli alberghi. Gli alberghi sono una delle più essenziali infrastrutture dell’Italia: liquidarli non serve a nessuno e impoverisce il paese. Nel momento del bisogno si vede cosa conta davvero. E si vede come i sistemi digitali di prenotazione alberghiera abbiano “tradito” gli alberghi e le compagnie aeree abbiano “tradito” le agenzie. Bisogna riportare in equilibrio il “potere” sui clienti, ma è un discorso che si farà in seguito.

    Il terzo punto riguarda la comunicazione e il rilancio della domanda. Bisogna selezionare i mercati a cui rivolgersi, perché l’epidemia è stata (ed è tuttora) anche uno tsunami emotivo e sta sconvolgendo l’idea che un paese ha dell’altro. Non si tratta tanto della caccia agli “untori”, che pure pesa nelle viscere che generano pensieri automatici, meno razionali, ma dell’opportunità di fare un viaggio in un determinato paese. Inoltre, grande attenzione sul messaggio complessivo: non possiamo dire, come se nulla sia successo, che abbiamo il nostro meraviglioso patrimonio culturale, le nostre fantastiche spiagge o il nostro ineguagliabile shopping. Naturalmente queste cose ci sono tutte e ci saranno sempre, ma bisogna lavorare sul terreno più sottile dello scardinamento della paura, sulla forza tranquilla del paese e sulla totale affidabilità dei nostri alberghi.

    Siamo già passati, quasi senza accorgerci, alle proposte. Qui è essenziale avere un piano. Come dare certezze alle imprese alberghiere oggi? Ci possono essere tante soluzioni, ma è preferibile essere semplici ed efficaci. Il primo punto, cui il governo ha già dato risposte riguarda i pagamenti dei mutui (da rinviare almeno al 31 dicembre) con le altre scadenze tributarie. C’è poi l’enorme problema della liquidità. Qui la soluzione più semplice sarebbe quello di fornire a fondo perduto il 10 % del fatturato dell’anno 2018 (i bilanci del 2019 non ci sono ancora) a ogni azienda alberghiera secondo quanto emerge dai bilanci e documenti tributari. Avendo la liquidità per ricominciare sarà possibile saltare il vuoto di zero incassi e necessità di riaprire. Nel 2017 il fatturato degli alberghi italiani è stato di 20,05 miliardi di euro, perciò il 10 % è intorno a 2 miliardi, una cifra non piccola, anzi enorme, ma neppure insostenibile, e da valutare rispetto all’aiuto pubblico complessivo. Se teniamo conto che è il settore più colpito in assoluto, senza possibilità di “stoccare” il prodotto, e che tornando a lavorare avrà un effetto moltiplicatore molto espansivo, è una misura che ha la sua ragion d’essere.

    Il punto del rilancio del settore turistico passa attraverso un insieme di iniziative: campagna straordinaria di finanziamento per l’ammodernamento delle strutture (più digitale, adeguamento ambientale, domotica, rinnovo degli arredi) soprattutto quest’ultimo è anche una straordinaria domanda aggiuntiva per le imprese italiane del mobile, del design e dell’impiantistica; creazione di una struttura per la prenotazione digitale in grado di costituire un’alternativa allo strapotere delle varie piattaforme digitali; liberalizzare la gestione alberghiera, permettendo tutti gli adeguamenti e diversificazioni (camere, ristorante, ecc.) comunque in armonia con le leggi urbanistiche; regolamentare l’offerta degli affitti brevi, facendola uscire dal sommerso. Con questi punti avremo un rilancio della nostra industria dell’ospitalità. Non torneremo come prima, ma migliori di prima.

    Sul rilancio della domanda, cioè sulla necessità di fare mercato, si è già detto della comunicazione e della selezione dei target (meglio una campagna sui Millennials, colpiti più superficialmente, anche emotivamente, dall’epidemia, che sulla Silent Generation), ma qualcosa si può fare anche a costo zero sul piano normativo. Ad esempio, si può permettere a quanti abbiano usato le ferie obbligate durante l’epidemia di avere un credito sulle ferie, o di non conteggiare quelle ferie nel cumulo del 2020, almeno per una settimana, per non deprimere la domanda di agosto.

    Cose non facili, cose non leggere, cose non scontate, ma l’industria dell’ospitalità italiana è un formidabile mezzo per dare immediatamente risposta sul piano dell’occupazione, soprattutto ai lavoratori meno garantiti, oltre che per essere un settore labour intensive per sua stessa natura. Tutto è stato eccezionale, tutto è stato imprevedibile, tutto è stato violento, ma la risposta può essere persino più forte del virus, almeno sul piano economico, perché su quello umano i soldi non compensano nulla.

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