Qual è la ragione per cui ai sondaggisti sono sfuggiti due fenomeni fondamentali: l’alta affluenza alle urne (fino a l’altro ieri si parlava di circa metà della popolazione che non avrebbe votato in eventuali elezioni, quindi c’era l’ipotesi di un’ulteriore depoliticizzazione, tanto che per stimare il risultato si è fatto largo ricorso alle due ipotesi di larga o bassa influenza) e anche l’ampio margine di vittoria del No (fino a pochi attimi prima dei risultati ufficiali c’era l’ipotesi che potesse vincere sia l’uno che l’altro, con quasi le stesse probabilità statistiche). Due macro-errori che però errori - a vedere fino in fondo le cose – errori non sono.
A capirli fino in fondo ci sarebbe bisogno di vedere Eddington il film di Ari Aster con Joaquin Phoenix (HBO), ma non posso parlarne qui, se non per dire come la connessione, stratificazione e sovrapposizione di più livelli di giudizio (morale, antropologico, tribale) compongono oggi la psiche politica del Paese (da noi meno intensa, ma della stessa natura di quella americana). I sondaggi non potevano sondare le acque profonde, perciò i risultati rispecchiano la superficie e la superficie inganna, talvolta.
Usciamo però da questa sintesi un po’ criptica e mettiamo all’opera una visione che comprenda la politica, ma con dentro anche gli esiti politici di questioni che vanno oltre la politica in senso stretto. Ci saranno perdonate semplificazioni e una certa brutalità sintetica, ma la mente politica, anzi la pancia politica, non ragiona sul filo sottile delle argomentazioni, ma sul “sentire” emotivo. Allora, primo quesito: la psiche politica degli italiani come ha vissuto questo scontro? Una parte consistente dell’elettorato l’ha vissuto soprattutto come lo scontro tra la politica e i giudici (notare bene, il termine ‘magistratura’ è nobile ed elegante, ma per la gente il soggetto è concreto e sono i giudici), quindi tra politici e giudici hanno scelto i giudici: hanno più fiducia in questi che nei primi.
Altro elemento emozionale: il No aveva un obiettivo, un bersaglio, una resa immediata del voto da avverare; il Sì aveva una resa immediata solo per la frazione liberale dei due schieramenti, ma è sembrato più astratto, più di principio, ed escluse le componenti liberali, non aveva un mondo da avverare perché il suo substrato ideologico e storico era in contraddizione con la narrazione morale della riforma, è sembrato, invece, più coerente con un istinto punitivo, che ci riporta all’argomento precedente.
Come in tutte le competizioni “tecniche”, che non sono immediatamente e direttamente politiche, contano moltissimo gli “early bird”, cioè coloro che per primi stabiliscono il frame (la cornice generale di senso) della competizione: per cosa votiamo? per chi e contro chi votiamo? Da prestissimo la risposta del No ha stabilito il frame: votiamo per “difendere la Costituzione”; votiamo a sostegno dei giudici attaccati; contro il governo che li vuole ridimensionare. La campagna del Sì, sempre escluse le componenti liberali, è sembrata indistinta e afona: alla fine ha prevalso la comunicazione tout-court a favore del governo e perciò politica di schieramento in senso stretto.
Ci sono però acque ancora più profonde, acque dove cresce un’ansia, un disagio e anche una rabbia legata alla vulnerabilità verso le cose che accadono: la difficoltà dei salari di far fronte al costo della vita crescente; il senso di sicurezza che declina, cui si è aggiunta la precipitazione, con l’aumento del costo della benzina, dei conflitti mondiali dentro la vita quotidiana. Rancore, risentimento e rabbia che vengono indirizzate principalmente verso Trump, perché artefice principale delle tensioni mondiali (per altro, era già successo in Canada che il candidato democratico prima giudicato senza chances, abbia vinto dopo che Trump ha detto di voler annettere il paese e così anche in altre elezioni europee).
La percezione sottile, ma profonda, è che il futuro non sia più rassicurante per l’agire contemporaneo di più fattori (il riarmo del mondo; lo stop alla mobilità sociale; l’intelligenza artificiale che promette meno lavoro e meno pagato; la crescente distanza economica, fisica e sentimentale tra l’élite e il ceto medio) che porta a una sorta di ambivalenza verso il cambiamento: si vorrebbe un cambiamento radicale e allo stesso tempo a ogni cambiamento si associa un alone di minaccia, e perciò si preferisce di evitarlo.
E alla fine di tutto c’è quell’assunto del regista di Eddington, che segna l’ambivalenza strutturale di questi sentimenti intrecciati tra loro: “Nessuno è più d’accordo sul concetto di reale” perché ognuno ha la sua verità, il suo livello di interpretare le cose che accadono e lo stesso fatto può essere ribaltato in tanti modi e anche opposti e l’impressione è che a differenza di quanto detto in un comizio da uno dei protagonisti del film, “Dobbiamo liberare i cuori gli uni degli altri”, siamo lontani da questo approdo.
L’insegnamento di queste elezioni, oltre agli aspetti direttamente politici, cioè relativi al confronto tra partiti, maggioranza e opposizione, è che siamo nel pieno di un’era in cui la vittoria in qualunque competizione è di chi riesce meglio a federare le emozioni, piuttosto che gli interessi e che l’imprevidibilità oggi strutturale dei comportamenti politici sta in quella relazione instabile e incoerente, e del tutto saltata, tra i fatti, le opinioni, le emozioni e le decisioni. Tempi interessanti, tuttavia, anche per i sondaggisti, volendo.
Economista. Docente all’Università di Firenze. Master in Economia dello Sviluppo, Laurea in Scienze Economiche e Sociali. E’ cresciuto al Censis, responsabile di Sociometrica, è consulente strategico.