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    Il turismo sconosciuto: come non sappiamo quello che dovremmo

    Il bello del “dibattito” sul turismo è che non ha un inizio, né una fine. E nemmeno punti intermedi. Tutto si alimenta nelle intuizioni (quando va bene) e nelle approssimazioni (di cui siamo campioni del mondo indiscussi). Ogni tanto qualcuno cerca di dare un contenuto economico alla congiuntura del settore (come ad esempio l’indagine Federalberghi) ma l’intera industria dell’ospitalità, negli indicatori che contano, rimane sempre nel vago, indistinta e senza un dato incontrovertibile.

    Naturalmente, quando le cose vanno molto bene lo vede più o meno chiunque e così quando vanno molto male, ma la misura in cui questo accade e le differenze interne (di territorio, di tipologia, di una singola destinazione, di target specifici) sono pura congettura.

    Vedo di abbassare immediatamente il tasso di noiosità che tutte le discussioni statistiche portano con sé. Anzi le eviterei del tutto, se non fosse che l’assenza o la loro cattiva interpretazione portano a errori fatali, e talvolta a una incomprensione profonda della realtà. Per l’intanto è già difficile capire quale sia l’oggetto delle statistiche, e perciò è difficile valutare la performance di qualcosa che assomiglia più a una macchia di Rorschach che a un distinto settore economico.

    La prima deformazione è proprio nell’oggetto: si considera ufficialmente il turismo come un fenomeno sociale, cioè quante persone vanno una vacanza. Il che, per altre industrie, equivale a dire quante persone fanno colazione, quante fumano, quante hanno un’automobile e così via. Forse è un dato attraente, ma quello davvero importante, e su cui sappiamo poco o niente (almeno con le statistiche ufficiali), è il valore economico del fenomeno.

    Le statistiche sull’industria automobilistica ci informano di quante auto sono vendute al mese, di quali produttori, di quali cilindrate, con quale prezzo medio e, di conseguenza, l’ammontare esatto del fatturato di questa industria. Le statistiche su quanti ogni mattina prendono l’auto o di quanti sono i proprietari, non esistono, o vengono calcolate solo, nei casi migliori, per regolare il traffico, ma non dicono nulla sul mercato automobilistico. Invece, nel turismo parliamo solo di questo: numero arrivi e numero presenze.

    Questo è l’indicatore sovrano, ma non è un indicatore economico, se non con grande approssimazione, se almeno fosse credibile, ma non lo è. Con l’esplosione di airbnb il numero dei visitatori nelle destinazioni più importanti è cresciuto a dismisura e questi visitatori (in gran parte) non sono computati nelle statistiche ufficiali degli arrivi e delle presenze. Allora leggiamo che il turismo è cresciuto dell’1,5 % (chissà perché questo è il numero ricorrente…), mentre non vediamo quel 20 o 30 % o anche di più che non è computato da nessuna statistica ufficiale. Il “turismo sommerso” in alcune destinazioni è il vero fenomeno eclatante degli ultimi anni, ma non ne abbiamo cognizione statistica. Esiste nella realtà, ma non esiste nelle statistiche, sulla cui base si fanno poi dibattiti, leggi e provvedimenti.

    Altro abbaglio dei dati ufficiali è la sovrastima strutturale del turismo internazionale. Per come sono fatte le statistiche sugli arrivi (che non contemplano ovviamente il nome dell’ospite) un visitatore americano che pernotti a Roma, Firenze e Venezia, ad esempio passando due notti per città (modalità usuale per questo tipo di turista) produce statisticamente 3 arrivi e 6 presenze. La “vulgata”, cioè l’interpretazione comune (di quasi tutti) è che abbiamo avuto 3 turisti americani, in realtà, nel nostro caso, è una sola persona che cambia città, ma anche se cambiasse albergo nella stessa città conterebbe per tre. Cosa conta sapere allora del numero degli arrivi? Forse per calcolare la media dei pernottamentI; ma lo stesso turista è considerato “mordi e fugge” se cambia città (ma non paese o regione), mentre è “slow” se non la cambia. Ecco come una inaccurata interpretazione delle statistiche costruisce il mito del “mordi e fuggi”. (Agli appassionati del mito suggerisco di guardare le statistiche di permanenza di ogni città del mondo – escluso le balneari- e vedranno che la variazione media non supera un punto in percentuale).

    Sono solo due aspetti controversi (ma ne potrei citarne alcuni altri) che ci dicono che la statistica più ufficiale, più riportata e più utilizzata nel turismo è approssimativa della realtà che dovrebbe rappresentare. Naturalmente sono numeri utili, ad esempio il totale delle presenze alberghiere (perché sul resto è preferibile tacere), ma se non si sanno interpretare, accecano più che illuminare.

    Se anche fossero comprensivi della realtà (magari dovremmo finalmente affiancare a questa semi-follia censuaria, un’indagine campionaria) questi numeri servirebbero a poco per stimare il valore economico dell’industria dell’ospitalità, perché non è la stessa cosa vendere 1 milione di Panda o un milione di Audi, perché il fatturato sarebbe tre volte tanto. Però nel turismo sembra che basti il numero di quanti stanno in albergo non di quanto spendono. Per conseguenza, non abbiamo neppure il numero fondamentale, centrale, più importante di qualunque industria, cioè il valore del fatturato. Il solo dato che abbiamo si trova nel valore della congiuntura del settore terziario di ISTAT, entro cui è compresa la voce alberghi e ristorazione. Poi nulla. Parliamo di un’industria di cui non abbiamo il dato fondamentale, cioè la sua creazione di ricchezza. Come va l’economia italia? Si risponde principalmente citando il pil e il numero degli occupati, l’export e così via. Sul turismo dobbiamo dire che non sappiamo qual è il fatturato (e perciò la sua variazione mensile o annuale), non sappiamo il numero effettivo degli occupati (ma solo di quelli ufficialmente registrati a tempo pieno o parziale, che sono probabilmente una buona minoranza) e solo dell’export, grazie a Bankitalia, riusciamo ad avere cognizione del saldo valutario.

    Un altro indicatore fondamentale, il rendimento per camera, non è presente in nessuna statistica ufficiale (solo alcune aziende lo producono per le loro attività interne o di advisory) e perciò lo ignoriamo. Eppure è fondamentale sapere qual è la produttività della nostra industria alberghiera. Se non so quanto rende una camera (per destinazione, per tipologia, per giorni d’apertura, ecc.) come posso dire qual è la capacità di creare ricchezza del singolo albergo e poi della loro somma? Nessuna industria al mondo vive senza misurare la sua produttività, ma il turismo sì.

    Senza poi dimenticare che usando il termine turismo, escludiamo idealmente i viaggi per lavoro, i convegni, i viaggi per ragioni personali (che sono ignorati, come tipologia, da ogni statistica sulle motivazioni e non sono affatto pochi), le cui presenze sono registrate negli alberghi, naturalmente, ma le cui motivazioni, come quelle di chiunque, scompaiono. I turisti sono classificati secondo la tipologia della destinazione, perciò a Rimini sono balneari per definizione (anche se pernottano a febbraio), a Roma sono turisti d’arte, per definizione, anche se il Colosseo lo vedono, se fortunati, in taxi. In sostanza, non abbiamo neppure i dati necessari per una reale strategia di marketing, perché andiamo all’ingrosso, e anche perché la dimensione geografica preferita è quella regionale, ma i confini che compongono l’offerta turistica sono le singole destinazioni, non secondo la competenza amministrativa regionale. Semmai le regioni sono contenitori di destinazione, ma solo raramente sono destinazioni esse stesse nel senso della percezione dei turisti.

    In conclusione, non abbiamo dati economici credibili e soddisfacenti che ci permettano di avere cognizione dell’andamento dell’economia turistica, né tanto meno dei suoi andamenti territoriali o per segmenti di mercato; i dati che abbiamo sono interpretati in maniera “creativa”. Mi viene in mente, con un sorriso, Italo Calvino che in uno dei suoi romanzi racconta di un suo viaggio in Messico, paese per cui aveva una grande passione. Racconta come la sua guida via via gli descriveva i disegni Aztechi nei siti archeologici visitati, ad esempio, la luna con accanto un albero e aggiungeva: non si sa cosa dire; una scala e il viso di una donna: non si sa cosa dire; e poi una stella circondata da fiori. Non si sa cosa dire era la sua unica risposta. Nell’industria dell’ospitalità siamo più o meno nella stessa situazione: non abbiamo i dati, e di quelli che abbiamo spesso dovremmo sapere cosa non dire.

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