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    L’asimmetria vincente di Biden

    Il richiamo ai “migliori angeli della nostra natura” non servì a Lincoln a evitare la guerra civile, gli servì dopo per ricostituire l’Unione degli Stati.  È proprio mantenere l’Unione era quello che gli stava soprattutto a cuore, persino più dell’abolizione della schiavitù, per cui pure aveva combattuto e poi perso la vita. Appena un anno prima aveva confessato: “Se potessi salvare l’Unione senza liberare alcuno schiavo, lo farei; e se potessi salvarla liberando tutti gli schiavi, lo farei; e se potessi salvarla liberandone alcuni e non altri, farei anche quello”.

    Non sembri eccessivo questo richiamo, perché una divisione così netta come quella che si vede oggi negli Stati Uniti si è vista solo quella volta, quando appunto una guerra civile contrappose una metà del paese contro l’altra. Quel rimando sarà senz’altro risuonato nella mente di Biden, quando ha dichiarato che bisogna porre fine a questa "guerra totale, inesorabile e senza fine".

    Questa sua virtù non è solo una virtù post-elettorale, ma è stata la virtù che gli ha permesso di vincere. Vediamo perché. Ha vinto perché rispetto allo scontro politico, che è diventato in questi ultimi anni uno scontro ideologico, quasi antropologico, cioè fra “tipi umani”, è riuscito a sganciarsi quel tanto che basta per conquistare quello che i pigri chiamano il “centro”, ma che nella prospettiva dello scontro identitario è rappresentato da chi guarda le cose con buon senso e senza militare in una delle tribù in lotta.

    È tanto vero che lo scontro politico è diventato identitario che persino indossare (o non indossare) una mascherina è diventato un pronunciamento culturale, ideale, anzi, appunto, antropologico. Siamo davanti allo scontro fra minoranze, e su questo Biden ha saputo salire il gradino necessario che gli ha permesso di vincere. Da un lato, Trump ha rappresentato un sovranismo etnico, potremmo definirlo, o con maggiorie benevolenza, un sovranismo delle origini (quello dei Tea party di qualche anno fa; della lotta degli Stati contro la Federazione nella guerra civile, o ancora indietro nel tempo, della rivolta contro l’Inghilterra).

    Dal lato dei Democratici c’è stato il tentativo di federare le minoranze, non solo sul principio dell’uguaglianza, ma quello ardìto, controverso, del riconoscimento delle identità incrociato con il “socialismo” di Sanders. L’inizio delle primarie è stato proprio questo, con ogni minoranza che rivendicava il primato della rappresentanza, in una corsa a chi fosse più opposto, perciò speculare e simmetrico a Trump. A un certo punto la saggezza dei dante-causa democratici ha permesso il successo repentino di Biden, che ha cancellato in poche settimane i competitor, riportando in auge la tradizionale “tenda” democratica che ospita tutti, ma non dipende da nessuno.

    Avevano capito che polarizzazione violenta di Trump avrebbe portato a un’altrettanta polarizzazione del versante democratico. Trump l’ha fatto scientemente perché sapeva (e sa) che se fosse diventata (solo) una lotta tra minoranze identitarie, avrebbe vinto la minoranza identitaria più forte. Guardiamo a un dato di agosto scorso che si riferisce agli “strongly supporters” cioè gli elettori molto convinti di ciascuna parte politica: erano il 46 % per Biden e per il 66% per Trump. Non ci sarebbe stata lotta. Guardiamo anche al tentativo (alla fine fallito) da parte di Trump di annettersi l’identità bianca (in America l’appartenenza etnica e quella religiosa sono di gran lunga le cose più importanti), sapendo che tra gli americani iscritti alle liste elettorali la componente bianca pesa per il 69%. Non ci sarebbe stata lotta.

    Lo stesso ha provato a fare con l’elemento religioso e su questo Biden è stato formidabile. Trump sapeva che per vincere avrebbe avuto bisogno non solo degli Evangelici (18% della popolazione), ma di tutti i Cristiani (79%) e in particolare dei cattolici (19%, di cui 12% bianchi e il resto ispanici), e perciò ha insistito a sostenere che la parte democratica era senza fede. È vero che la maggior parte degli “unaffiliated” (28% della popolazione) sostiene i Democratici, ma certo non è senza fede Biden. Proprio il giorno prima delle elezioni Biden ha affermato la sua fede cattolica (potendo essere il secondo presidente cattolico della storia degli Stati Uniti), e ha sostenuto che la fede è un grande vantaggio, aggiungendo che “my faith, the Catholic social doctrine and my political view coincide.” E anche questa polarizzazione si è inceppata.

    È così che Biden ha fatto saltare la simmetria che Trump avrebbe voluto, la contrapposizione “senza un domani” che ha provato a costruire, la “guerra di civiltà” che ha cercato. L’impressione è che questa polarizzazione resterà, e allora il pensiero ai “migliori angeli” dell’America non è fuori posto, ma nelle parole di Biden.

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