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    La fine della produzione centralizzata: Italia e Cina

    Tutti (o molti) dicono che il mondo post-epidemia non sarà uguale a quello di prima. È la consueta, scontata retorica del “mai più come prima”? Non sappiamo. Sappiamo però che l’epidemia è un formidabile acceleratore di fenomeni già in atto. E al centro della scena questa volta è la Cina, che potrebbe perdere, o non conquistare più, il ruolo egemonico che è nelle sue corde da parecchi anni. L’epidemia ha messo in moto forze indipendenti, molecolari, convergenti che vanno contro i progetti strategici cinesi. Vediamo quali sono e perché potrebbe essere una buona notizia per l’Italia.

    L’affermazione della Cina come “fabbrica del mondo” ha come premessa e conseguenza la produzione di massa centralizzata. Detto in parole semplici: produzioni a larghissima scala, di cui l’esempio è quello dei telefoni digitali. Il modello è noto: un solo produttore e poi la distribuzione dei prodotti nel resto del mondo; la possibilità di avere salari bassissimi (che restano tali perché non c’è un welfare da offrire e da finanziare); la formidabile crescita delle competenze tecnologiche.

    Quali sono i fattori di lungo periodo che intaccano questo modello? Il crescente costo dei trasporti (il 90% dei prodotti va via mare e, naturalmente, fa viaggi lunghissimi); il costo crescente in termini di energia e, soprattutto, in termini ambientali di navi enormi che solcano i mari del globo. Inoltre, gli altri paesi del sud-est asiatico (e anche l’India) fanno lo stesso lavoro della Cina; i cambiamenti nella scala di preferenze dei consumatori, che vogliono prodotti “personalizzati”; lo spostamento della pubblicità dal mass marketing televisivo a quello one-to-one di internet.

    Quest’ultimo aspetto non è da sottovalutare perché come un prodotto viene pubblicizzato e distribuito determina anche il modo della sua produzione e viceversa. Un abito sartoriale è prodotto per una singola persona, e ha perciò un marketing one-to-one per sua natura; un prodotto pubblicizzato in televisione deve per forza avere una produzione e una distribuzione di massa. Si dice che nella comunicazione il mezzo è il messaggio, per l’economia è lo stesso: il mercato è il modo della produzione dei suoi prodotti.

    Quali sono i fattori scatenanti che hanno accorciato il tempo di questi processi? La guerra dei dazi di Trump ha creato una minore convenienza a produrre in Cina, o almeno maggiori ostacoli, ma il resto del lavoro lo ha fatto il coronavirus. Come? Tutti hanno capito che non si può avere un solo fornitore in un solo paese e per di più come la Cina, il cui sistema produttivo dipende dal governo centrale; tutti hanno capito che non è possibile tenere la propria produzione così lontano, con un approvvigionamento complicato e lento, ma c’è bisogno di uno stoccaggio più vicino; tutti hanno capito che devono avere un’industria nazionale in molti settori. Prendiamo il caso delle mascherine, prodotto elementare dal punto di vista tecnologico e neppure tanto redditizio (fino a ieri), la cui mancanza, come produzione nazionale, è stata uno dei punti principali di fragilità del nostro Paese.

    Le tracce di questa lenta/veloce fuga dalla Cina si vedono già: Taiwan prova a spostare quanto più possibile le produzioni dalla Mainland Cina ad altri paesi asiatici; la società che assembla gli iphone in Cina ha fissato l’obiettivo di spostare in tre anni il 50% della produzione fuori da quel paese e persino Foxconn, principale produttore cinese, ha deciso di spostare parte della produzione in India.

    Questo cambiamento porta con sé una competizione geopolitica globale che vede protagonisti la Cina e gli Stati Uniti e il coronavirus è un gigantesco stress test. La Belt and Road iniziative cinese, che è il nome del suo tentativo, dopo aver egemonizzato buona parte dell’Africa, di entrare in Europa attraverso i suoi varchi più deboli (dopo la Grecia, l’Italia) è insieme un tentativo di uscire dal ruolo importante, ma dipendente, di “fabbrica del mondo”, per assumere quello più ambizioso di regolatore del mondo, alternativo a quello americano.

    L’Italia, piuttosto che offrirsi di agevolare il varco cinese in Europa, farebbe meglio a capire come l’evoluzione del sistema mondiale (che sarà accelerato dalla fase post-virus dell’economia) offra a noi opportunità inedite. Le nostre produzioni, sia che si tratti di industria alimentare che di meccanica, sono per loro natura tutt’altro che di massa, almeno non sono di massa nel senso globale, mondiale del termine: e anche quando lo sono, si rivolgono tuttavia a fasce alte di mercato, abbordabili per la nostra dimensione produttiva. Nel momento in cui internet permette di vendere qualunque cosa a chiunque, dovunque si trovi, chi ha più bisogno della produzione di massa?

    Il post-virus sarà “nazionalista”, sperando che per noi “nazionalista” significhi europeo, e perciò anche gli altri paesi vorranno mantenere (o riprendere) una loro produzione nazionale di base, in maniera tale che nessun virus (o equivalente) possa metterle un giorno in ginocchio: l’ha detto Macron; l’ha detto Trump; l’ha sempre detto e fatto la Merkel. Se ogni paese sempre meno volentieri vorrà avere un produttore unico al mondo, la competizione futura sarà multi-polare, flessibile, a geografia variabile e il mercato sarà sempre più fatto da una somma infinita di “nicchie”, per quanto grandi. Si apre perciò uno spazio enorme per chi riesce a intercettare questo trend che rimette ciascuno sulle proprie gambe, e sulla propria terra.

    Anche l’Italia potrà/dovrà riportare in patria una parte della sua produzione, o delegarla a paesi più vicini, europei, e ha la grande possibilità di essere ancor più quella “multinazionale tascabile” che riesce a raggiungere, grazie allo stile e alla qualità dei prodotti, qualunque consumatore dovunque sia, senza dover prima passare dal “celeste impero”, offuscato oggi da nubi molto grandi.

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