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    Lo stile Draghi con un po' di aiuto di Shakespeare

    L’esercizio di governo di Mario Draghi è già cospicuo e se ne possono tracciare le caratteristiche, inedite, che segnalano non solo lo stile personale, ma una politica nuova che, pur difficilmente prevedibile, avrà i suoi effetti anche sul periodo medio-lungo.

    Perché questa sensazione? Perché alcune caratteristiche della sua leadership sembrano assolutamente personali, ma in un modo che è diventato presto, immediatamente, collettivo. Come in tutte le fenomenologie nuove, anche quella di Draghi, si fa leggere più per evocazioni che per descrizioni. Fedeli a questa convinzione, guardiamo più alla letteratura che alla politologia (almeno per il momento, poi la politica, sintesi di ogni cosa, ritornerà). Qual è il suo tratto saliente? Sembra il senso della misura, anzi il suo metodo sembra tratto proprio da “Misura per misura”, una delle opere di Shakespeare focalizzate sul senso del governare, o meglio del potere.

    Il primo tratto saliente sta nel contenimento del potere, “eccellente è avere la forza di un gigante, ma è tirannico usarla come un gigante” (Misura per Misura, Shakespeare). Nelle sue scelte Draghi sceglie, ma non domina: “il potere come un abile incoraggiamento a liberare i poteri innati negli altri, portandoli al massimo con discrezione, e non con la direzione”, ancora Misura per Misura.

    Il linguaggio scarno, affilato, convinto è un’altra sua caratteristica, anche perché molti avevano dimenticato che nella vita pubblica coloro che parlano in modo semplice e deciso, e anche duro, sono più convincenti dei rètori. Le persone sono affascinate dal linguaggio suadente nei tempi leggeri, ma quando i problemi sono pesanti, importanti, quella leggerezza suona fatua. Si vuole, al contrario, che la comparsa del leader faccia scomparire i problemi. In tempi difficili è questo che si chiede a un leader.

    Farsi guidare dalle soluzioni e costruirci intorno il consenso politico è un’altra caratteristica di Draghi: abituati, com’eravamo, ad anteporre il “perimetro” politico, cioè delle alleanze, delle convenienze politiche, rispetto al merito della soluzione, è una rivoluzione copernicana. C’è una forza interna in ogni soluzione, è potente, cresce via via che procede, e rompe i castelli politici costruiti “ex-ante”.

    È una leadership suscitata dalle circostanze, dal governo delle circostanze, che si fa guidare dalla risposta alle circostanze. I leader, d’altro canto, incarnano i momenti e oggi il momento è quello che l’attualità propone: governare i momenti significa agire di riflesso, privilegiando la decisione, cioè l’azione. La decisione unisce pensiero e azione, liberandoci dall’uso narcisistico dell’indecisione (una forma di esercizio del potere come attesa infinita della decisione che cristallizza la realtà e consolida il potere esistente): “I nostri dubbi sono traditori, e impaurendoci al momento di tentare, ci fanno perdere il bene che potremmo conseguire” (Misura per Misura).

    E poi c’è sicuramente il senso di autorità: “l’autorità, questa semidea…” (Misura per Misura), ben presente in Draghi, per il quale tuttavia vige “il nascondimento, il disinteresse, l’indipendenza, che sembrano essere corollari indispensabili dell’autorità” (idem). Sono valori quasi invisibili: l’aura di distanza dalle cose di ordinaria amministrazione, la naturalezza con cui si svolge l’ufficio, quel sentirsi al proprio posto nel mondo, che evocano il senso di autorità in maniera molto più immaginifica rispetto al potere esibito con visibilità eclatante e immediata.

    I leader sono incarnazione di idee, e Draghi, nonostante il suo governo sia nato e sia tutt’ora impegnato nel governo delle circostanze, ha una visione che diremmo “ideologica”, se il termine non avesse oggi un’accezione negativa. È un liberale, convinto assertore dei valori dell’Occidente; ha una netta sensibilità socialdemocratica e riformista; è un conservatore, perché il suo stile è un distillato dell’assunto conservatore che la storia abbia selezionato il meglio e perciò non si cambia ciò che è perfetto. È un leader pieno di idee che si esprimono più volentieri nell’azione, piuttosto che nell’opinione.

    La ricchezza di idee, congegnate e riunite in maniera inedita, porta alla conseguenza che gli Italiani, richiesti di esprimere a quale schieramento politico attuale Draghi potrebbe appartenere, il 42% risponde che appartiene al mondo liberal-democratico, il 38% al centro-destra e il 21% al centro-sinistra (Indagine Sociometrica-Format Research). Il paradosso è proprio questo: Draghi ha pensieri politici molto netti e questi oggi sono estratti, o estraibili, non da un solo schieramento, ma da molti.

    Queste valutazioni rischiano di portarci immediatamente sul terreno accidentato delle conseguenze politiche di Draghi, cioè sull’assetto politico così come lo conosciamo. Probabilmente, ma di questo non si ha certezza, l’effetto Draghi agisce su un piano più profondo: meno valore all’opinione e più all’azione; più attenzione alle soluzioni e meno agli schieramenti; più alle idee e meno all’“ideologia” (intesa come un insieme di bias); più importanza all’indipendenza e meno all’appartenenza.

    Sono virtù che, se vinceranno nel corpus del Paese, sono destinati a cambiare completamente non tanto il quadro politico (nel senso degli schieramenti), quanto quello del contenuto del dibattito politico e lo stile con cui viene condotta la battaglia politica. Certamente questa “severità di patria” è in controtendenza rispetto alla “carità di patria” che ci fa guardare alle decine e decine di liste improbabili dei candidati alle prossime comunali. Questa dismisura del numero di liste è un residuo del mondo pre-sobrio o l’imperterrita continuità che vede Draghi come una parentesi? Vedremo “qual è l’apparenza, e qual è la sostanza”, sempre Shakespeare, sempre Misura per Misura.

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