Il nuovo libro di Giuliano Da Empoli guarda con lucidità di pensiero e brillantezza di scrittura al mondo sottosopra di oggi.
Bisogna creare una nuova categoria per “L’ora dei predatori”. Una categoria editoriale che metta insieme la forma narrativa del racconto, la ponderatezza del saggio e una scrittura ritmica, elegante, leggera. Potrebbe persino essere definito un “libello” morale, perché il filo che lega gli argomenti è intinto nell’inchiostro dell’etica, e sempre con lievità. Vede la fenomenologia del potere, anzi delle società occidentali, tanto che vien da pensare alle “Lettere Persiane” di Montesquieu, romanzo epistolare, illuminista, in cui si osserva e giudica la società francese del tempo con ironia, satira, ma anche con riflessioni filosofiche.
In un certo senso è un “libro-mimesi” quello di Giuliano Da Empoli: descrive il tempo presente, frammentato, entropico, quasi indicibile, in una forma letteraria isoforma: perché dove la realtà è frammentata, il libro la coglie con il frammento della scrittura, con una scena o un lampo che illumina. L’entropia è presente attraverso la descrizione della comunicazione che segue direzioni opposte: per un verso, si accentra (sempre meno gruppi editoriali, meno giornali, più controllo dei governi) e per l’altro si sviluppa attraverso i tanti rami che la tecnologia ha reso disponibili (social media; fake news; linguaggio del corpo esaltato dai video, incerto confine tra il vero e il falso). L’indicibile del momento il libro lo trasmette attraverso intuizioni, sentimenti, nostalgie, perché ogni analisi razionale è come se non riuscisse a contenere (e ordinare) la realtà. D’altro canto, c’è un modo di descrivere il mondo di oggi attraverso un linguaggio conseguente, strutturato, logico? Difficile, se non impossibile.
Uscito in primavera in Francia, descrive una realtà che si manifesta sempre più nettamente dalla stesura del libro a oggi, vediamo alcuni esempi che sono dentro e già oltre il libro: Trump che comunica attraverso meme, imprimatur, show e stravolge non (solo) la postura e il linguaggio istituzionale, ma la razionalità stessa della politica; il crescente uso di armi guidate dall’intelligenza artificiale che auto-apprendono le loro modalità d’impiego e (teoricamente) anche il target; i “Borgiani”, la categoria di nuovi predatori, con cui Da Empoli definisce i nuovi potenti del mondo, ingrossano le loro fila velocemente.
Il libro è come calcolare la derivata matematica mentre si scorre la linea degli eventi: si prende un punto e si cerca di capire quel che accade, sapendo che dopo un attimo cambierà ancora. Quale filo unisce i “Borgiani”? L’ideologia autocratica, certamente, ma non basta; lo stile di leadership aggressivo, manipolativo, opportunistico, certamente, ma non basta; l’ispirazione machiavellica, con l’inganno, la dissimulazione e la generazione di shock continui; certamente, ma non basta. Quello che li unisce è che sono vorticosamente contemporanei, cioè figli del loro tempo, del nostro tempo.
È contemporaneo il tempo della velocità: “quello che era vero ieri, non sarà vero domani” si è ridotto a… quindici minuti); è contemporaneo il tempo della viralità che sostituisce la verità: “se è virale, è reale”; è contemporaneo il tempo del caos che non genera più “stelle danzanti”, ma mostri quotidiani; è contemporanea l’intelligenza artificiale generativa (e non solo quella) che sarà (è) il grande acceleratore di questo turbinio.
Velocità, azione, imprevedibilità, immaterialità (Futurismo 2.0?) sono i grandi connotati dei nuovi predatori e l’intelligenza artificiale sembra essere pensata apposta per gestire intere collettività (“da programmatori di computer a programmatori dei comportamenti umani”, scrive l’autore). Nella storia del mondo non s’era mai visto qualcosa di così capillare, ubiquo e invisibile in mano ai potenti.
La vividezza del racconto di Giuliano Da Empoli nasce dalla descrizione di scene “sublimi” che danno vita a una sorta di galleria rappresentativa di come oggi va il mondo, o meglio il potere nel mondo, che l’autore ha vissuto personalmente, e su due palcoscenici diversi (i governi italiano e francese), per cui ne ha potuto cogliere i dettagli estetici (mai come adesso l’estetica spiega l’etica e… la politica). Il suo metodo istintivo-induttivo parte dal dettaglio della cosa per capire la sostanza della cosa. Per altro, il sistema deduttivo è oggi in disarmo, diremmo per mancanza di tempo, perché ogni analisi generale rincorre il suo oggetto che cambia continuamente. L’unica cosa che si può fare, allora, è di cogliere ciò che accade, intuirne la direzione e usare il pensiero veloce per incasellare in qualche maniera ciò che accade. Con un punto importante, però, che nel libro emerge quasi a ogni pagina: per capire l’effimero del presente si deve ricorrere al background culturale secolare dell’Occidente, profondo piuttosto che effimero, come se il molto antico fosse l’unico ancoraggio alla comprensione del presente, l’unico capace di dare una prospettiva e un senso allo scorrere vorticoso e sorprendente degli eventi.
I capitoli scorrono veloci come gli episodi di una serie televisiva (ecco un’altra mimesi) e anche in questo, cioè il tipo di serie televisiva da scegliere per capire la politica, nel libro si considerano tre opzioni e persino un’ipotesi sul loro peso interno: minimo per la competizione virtuosa tra staff del capo (West Wing), medio per quella machiavellica, brillante e senza scrupoli (House of Cards), massimo e crescente per la rappresentazione della politica come una continua commedia degli errori e con i suoi personaggi sempre inadeguati al ruolo (Veep).
Forse la scoperta più importante del libro è che oggi il potere non è più “un drago nella nebbia”, come vuole un detto cinese, ma un drago perfettamente e inesorabilmente visibile, troppo visibile, che fa della visibilità la sua forza inappellabile. Pensavamo a un nuovo genere letterario, ci troviamo davanti a un nuovo genere di potere, e di potenti.
Economista. Docente all’Università di Firenze. Master in Economia dello Sviluppo, Laurea in Scienze Economiche e Sociali. E’ cresciuto al Censis, responsabile di Sociometrica, è consulente strategico.