Siamo forse entrati in un’era post-populista, ma non potremo attraversarla con successo se non comprenderemo fino in fondo la lunga stagione che l’ha nutrita e preceduta.
Il populismo non è stato solo una parentesi di rabbia politica: è stato il sintomo più visibile di un malessere profondo, sociale e culturale, che ha attraversato l’Occidente. Comprenderne l’evoluzione – dalle sue origini americane alle forme europee contemporanee, fino alle nuove declinazioni tecnologiche e comunicative – non è un esercizio accademico, ma una condizione necessaria per costruire un riformismo efficace.
Solo un riformismo capace di riconnettersi con la vita reale delle persone, di interpretarne emozioni e aspettative, e di restituire alla politica un’anima morale e popolare, potrà davvero chiudere la stagione populista. Questo percorso – che si snoda nei sei capitoli che seguono – è un viaggio nella comprensione di quel fenomeno, ma anche nella ricerca di una via d’uscita.
1. Dalle origini del populismo alla “legge di Trump”
Cosa dobbiamo fare con il populismo? Parto dalla prospettiva di chi auspica che gli svariati autoritarismi, diversi nella forma, ma unici nell’avversione alla democrazia, non vincano; perciò, come possiamo smontare, almeno in parte, il passaggio automatico dal “populismo sociale” (un sentimento costante che aleggia sopra e sottotraccia di ampi strati popolari dovunque nel mondo occidentale) al “populismo politico”, cioè al voto verso leader e e partiti che lo rappresentano e allo stesso tempo lo alimentano in un circolo che non si spezza?
La ricetta secondo la quale basta dirne il peggio possibile, cioè dire il peggio possibile di chi vota per i leader populisti non funziona. Lo abbiamo visto una prima volta (e per me definitiva) quando Hillary Clinton nel 2016 (campagna elettorale contro Trump) definì i votanti di quest’ultimo come una “cesta di spregevoli, di deplorevoli” e su questo (probabilmente) perse le elezioni. Ripercorriamo la vicenda, perché è esemplare (purtroppo). Disse Hillary: "Potresti mettere metà dei sostenitori di Trump in quella che io chiamo la cesta dei deplorevoli. Giusto? I razzisti, sessisti, omofobi, xenofobi, islamofobi — chiunque tu voglia”. Poi si corresse, dicendo che non intendeva esattamente la metà, ma “solo” una parte consistente. Tutti ricorderanno che quella frase fu presa da Trump (eravamo nel 2016 e Trump fino a pochi mesi prima non era neppure un “politico”, essendo sceso in campo appena l’anno prima, nel 2015, alle primarie repubblicane, vincendole con sorpresa di tutti). Su quella frase Trump ci costruì non solo la campagna elettorale vincente, ma tutta la sua “constituency” politica, insomma la sua ragion d’essere. Da quel momento lì, clamoroso nelle conseguenze, avremmo dovuto imparare che questa ricetta non si può usare. Non l’abbiamo ancora capito.
E con questa storia siamo negli Stati Uniti, il paese dove il populismo (quello che conosciamo oggi) è nato, si è sviluppato, e ha prodotto le idee che si sono poi diffuse più o meno degli altri paesi. In realtà la storia del populismo negli Stati Uniti è ancora più antica: abbiamo un populismo precedente americano e tutto di sinistra, negli Anni ’20-’30, durante la Grande Depressione. Il leader populista Huey Long, Governatore della Virginia, fu assassinato nel 1935 quando decise di candidarsi alla presidenza americana (la vicenda è mirabilmente raccontata in un film con Sean Penn). Il suo slogan più famoso: “Every Man a King” era direttamente ispirato ai padri fondatori americani (direttamente da Thomas Jefferson, ma anche dal Repubblicano Abraham Lincoln) soprattutto dal filosofo e anima ispiratrice del pensiero democratico Walt Whitman (“ogni individuo ha valore”) che ha definito per sempre la cultura americana: i suoi “fili d’erba” corrispondono ai singoli individui ciascuno per sé irripetibile, ma insieme una prateria... una comunità.
Lasciamo però il primo populismo d’ispirazione democratica che aveva così formidabili radici culturali e persino poetiche, per tornare all’”inferno” di quello trumpiano che, volenti o no, è molto più complesso della sua controversa figura politica. Infatti, la domanda cruciale è proprio questa sorta di “legge di Trump”: più Trump somma comportamenti giudicati negativi (con anche accuse confermate dai tribunali), più aumenta i voti: ne ha avuto 63,0 milioni nel 2016 (meno di Hillary Clinton); 74,2 nel 2020 e 74,3 nel 2024. E in questi otto anni ha accumulato più atteggiamenti, comportamenti e decisioni tra il negativo e l’illegale che era persino difficile immaginarli, e tuttavia ha accresciuto il suo consenso popolare. Perché?
Diamo allora uno sguardo al fenomeno Trump in termini che possano mostrare (non certo condividendola) l’ostinazione dei suoi elettori a sostenerlo, le idee (deprecabili e non) che vi girano attorno e l’incredibile varietà di formazioni e movimenti che ne alimentano l’espansione. Tutto questo consenso accade – direi - “nonostante” Trump, cioè nonostante la sua biografia.
Se si potesse sintetizzare tutto in una definizione, potremmo dire che Trump è certamente un leader autoritario, ma è anche un formidabile federatore politico delle emozioni popolari. Il suo federare non è politico nel senso di chi mette assieme partiti che intermediano l’opinione pubblica; è un federatore diretto delle singole istanze emozionali di gruppi e movimenti anche molto diversi tra loro, di cui coglie (evidentemente) la scintilla comune. Se nel passato remoto un federatore politico era caratterizzato dal federare gli interessi dei gruppi sociali; nel passato prossimo (e nel presente) è caratterizzato dal federare i partiti; adesso il modello di federatore lavora soprattutto con la comunicazione fondata sulle singole parole e le singole immagini che generano emozioni, perciò sul pensiero veloce, automatico (direbbe Kahneman) e non sul pensiero lento dell’argomentazione e della razionalità politica. Cosa c’è di “razionale” nel rilancio che Trump stesso ha fatto della sua immagine vestito da Papa? Ognuno ci vede quello che ci vuole vedere (e comunque non si può non vedere…). Quel gesto cambia la comunicazione politica, ma questo è un altro argomento per un prossimo articolo, torniamo allora alla questione del mondo “sulfureo”, ma anche no, di Trump. Detto in altri termini, oltre ai “deplorevoli”, quanta “brava gente” (per usare un’espressione cara ad Alessandro Barbero) segue Trump, nonostante Trump, cioè nonostante la sua biografia, certamente non ignorata?
Possibile che i suoi elettori (forse la maggioranza) non perdonerebbe a nessuno dei suoi pari la metà della metà, di quello che ha fatto Trump, eppure lo vota e addirittura lo sostiene oltre ogni ragionevole dubbio, si direbbe in un tribunale americano. Perché il profilo dei suoi elettori è tutt’altro che “mauvais” come appare il leader che hanno scelto. Vediamo la composizione del suo elettorale.
Secondo indagini molto accreditate il gruppo di votanti che più sostiene Trump è quello dei Cristiani Evangelici che da solo pesa per circa il 25%; se aggiungiamo il 10% di Cristiani Nazionalisti (che saranno pur nazionalisti, ma restano cristiani) e il 6% dei Cattolici tradizionalisti, arriviamo a superare il 40% del suo elettorato. Abbiamo perciò che la maggioranza relativa di elettori di Trump abbia un’appartenenza, o almeno un’ispirazione religiosa. Se abbiamo idea di cosa il movimento “woke” pensa in generale della religione forse abbiamo già una risposta al quesito iniziale, ma andiamo avanti.
Gli elettori che attraggono l’interesse dei media sono gli “scoppiati” di QAnon, i terrapiattisti et similia; ebbene questo gruppo non supera l’8% dell’elettorato di Trump; anche la destra estrema (Alt-Right) non va oltre il 5%. In questo modo i media creano, oltre le intenzioni, uno “straw man argument” (cioè esagerano o semplificano in modo scorretto la posizione dell’avversario, rendendola più facile da attaccare e confutare). Invece di rispondere all’argomentazione reale, si costruisce una versione "di paglia" (straw) e si attacca quella pensando di aver così esaurito l’argomento che, invece, rimane sostanzialmente inevaso.
Non si considera, invece, che il 20% dell’elettorato trumpiano è rappresentato dai lavoratori bianchi in difficoltà (“forgotten men narrative”) prima in buona parte elettori democratici e ancora meno si considerano, ma sicuramente lo sarà di qui in avanti con la formazione del “partito” di Musk, gli esponenti di quella che viene definita la tecno-destra, da Peter Thiel in giù, per capirci. Con la differenza che Silicon Valley è stata sempre democratica (anche Musk), addirittura in gloria con Obama, ma ben presente appena ancora pochi mesi fa con Biden. Prima Peter Thiel era l’eccezione, adesso è la regola.
Tiriamo le fila con qualche domanda: come mai la “brava gente del popolo” vota per un tipo che non ammetterebbero nella loro chiesa? Perché l’élite più globalizzata per eccellenza, anzi che per parte importante ha creato la stessa globalizzazione, quella della Silicon Valley, è oggi per Trump? Perché l’élite che definiremmo la più libertaria che possiamo immaginare, insomma Peter Thiel, è addirittura uno dei più autorevoli “ispiratori” di Trump?
Non c’è spazio per provare a rispondere ai tre quesiti, ma possiamo dire qualcosa sul primo: gli Evangelici usano spesso la definizione di “vaso imperfetto” al proposito di Trump, citando la Bibbia. L’espressione si rifà a storie in cui Dio si serve di leader imperfetti o non credenti (come il re Ciro di Persia nell’Antico Testamento) per realizzare i Suoi scopi divini. Quindi, è inutile, almeno rivolti a loro, dire quanto sia “cattivo” Trump, perché non vedono Trump come persona, ma come strumento per idee più grandi. E quali sono queste idee più grandi? Nella loro narrativa c’è un mondo corrotto, un Occidente in declino, c’è una guerra culturale in corso che bisogna combattere e l’orizzonte della redenzione che si apre.
Anche su questo bisognerebbe dire di più, ma veniamo a due ulteriori questioni: come fanno a convivere sotto lo stesso leader la “brava gente” dalla vita umile, “legata al torso di Dio” e conservatrice (chi vuole capire di più ascolti “Pressure Machine” dei Killers del 2021) con il “mago” (sempre Thiel) che pensa che quasi quasi l’umanità stessa non è proprio fondamentale conservarla così com’è? Ci penserà Musk a dividere le due parti della mela trumpiana? e in quale modo e con quali pensieri? Sugli strumenti (X e dintorni) abbiamo qualche idea.
Secondo punto finale e fondamentale, da cui dipendono gli esiti di questa vicenda: se all’estremismo ancorato alla rappresentazione e al dominio delle emozioni collettive di Trump, si risponde con l’estremismo “woke”, cerebrale, irrazionale e contro il senso comune, chi pensate che vincerà? In una competizione tra una radicalizzazione di destra e una radicalizzazione di sinistra le probabilità che vinca la seconda sono davvero minime. Non è forse più promettente, e non solo strumentalmente per il successo, una strategia asimmetrica, che punti a smantellare il crogiolo di emozioni, pancia e ragione che stanno intorno a Trump, separando il grano dal loglio, cioè il sociale dal politico del populismo? Non solo per gli Stati Uniti. Lo vedremo.
2. Il populismo come sentimento sociale
Cosa fare con il populismo? Espongo subito la mia tesi: il populismo è un sentimento sociale, un “sentire” profondo, automatico, cresciuto in maniera carsica (nei social media in particolare) attraverso una forma che Heidegger (forse) avrebbe definito di “preconoscenza”, cioè di una convinzione “aprioristica” di com’è fatto il mondo, ovvero basata non su un’analisi concreta delle situazioni concrete, come vorrebbe il criterio della “razionalità”, ma appunto su un sentimento primigenio, fondato su una semplice locuzione: “noi” e “loro” che nella concezione populista basta, dice e spiega tutto.
Questo sentimento sociale diventa politico quando trova un leader, o comunque un’offerta politica, che ne rispecchi il linguaggio, il tono e, ancora una volta, il “noi” contro “loro”. Quali siano i confini del “noi” e del “loro” non è detto: agisce l’emozione, non la ragione, o meglio è l’emozione che dà forma alla ragione. Rincorrere una possibile definizione, stabilirne i confini, o dimostrare quanto questa distinzione sia erratica, bugiarda e finta è tempo perso. Sarebbe come pensare che la razionalità sia più forte dell’emozione.
Qui serve una digressione: Antonio Damasio, neuroscienziato, ha teorizzato che non siamo macchine pensanti che si emozionano, ma macchine emotive che pensano, aggiungendo che “la coscienza è il sentire che si sente”. Riusciamo a capire quanto questa idea sia distante rispetto a quella di chi immagina la politica come una distaccata decisione fra diverse opzioni di programmi? Qualcuno ancora pensa che si voti sui programmi che nessuno legge, e nessuno oramai neppure scrive? Se un programma non ha dentro qualcosa che mobiliti pensieri ed emozioni profonde, a chi, a cosa serve?
Il sentimento populista quando entra sulla scena politica si combina, scombina e ricombina in maniere imprevedibili e incomprensibili, se ci si ferma alle categorie classiche di destra-sinistra che, al contrario delle emozioni, hanno un loro costrutto ideologico, storico e filosofico. Vogliamo davvero capire come questo sentimento può avere assumere espressioni di destra e/o di sinistra?
Andiamo al cuore del populismo europeo, a Marsiglia. Prima del populismo come lo conosciamo adesso (cioè da dieci anni) a Marsiglia ha avuto la sua parabola clamorosa Bernard Tapie. Fu scelto da Mitterand, perciò dal socialista più carismatico d’Europa, come parlamentare. Apparteneva perciò al campo della sinistra, anche istituzionale, se vogliamo. Contro le istituzioni, contro “loro”, Tapie si è scagliato sin dall’inizio della sua esperienza politica e imprenditoriale; contro le élites, contro gli intellettuali, a favore del “linguaggio della gente”, dell’individualismo di chi si fa da sé. Non ci interessa qui ripercorrere oltre l’esperienza di Tapie, ci serve solo sapere che nel 2007, spiazzando tutti, o almeno molti, sostenne Sarkozy, poi presidente della destra.
Già con Tapie si è registrato il meccanismo dei vasi comunicanti da destra a sinistra dell’espressione politica del populismo. Torniamo a Marsiglia, dove al populismo di destra negli ultimi anni si è andato sostituendo a quello di sinistra, ma il totale, sempre rilevante, è rimasto lo stesso. Tra il 2017 e il 2022 la somma delle due forze è cambiata appena dello 0,9%, ma è cambiato il peso delle singole componenti al suo interno. Elettori che partono a sinistra poi vanno a destra, poi di nuovo a sinistra.
Qualche giorno fa, sul piano nazionale l’intercambiabilità populista di destra e sinistra è diventata convergenza. Al Parlamento francese è stata abrogata la norma sulle cosiddette ZFE (zone a basse emissioni), simili alle nostre ZTL, che avrebbe vietato la circolazione alle auto a benzina immatricolate prima del 2006 e ai diesel anteriori al 2011: un provvedimento che avrebbe colpito circa 15 milioni di veicoli/utenti. Contro la legge hanno votato Marine Le Pen e Jean-Luc Mélenchon; a favore, invece, i Socialisti e il partito di Macron.
Non si tratta di una convergenza estemporanea: la decisione è stata rivendicata come una vittoria storica tanto dall’estrema destra che dalla sinistra. Anzi, di più: è stata celebrata come una vittoria morale, una rivincita dei “pezzenti”, dei “Gueux”; la definizione è di Alexandre Jardin, dell’Università di Sciences Po, che ha intitolato il suo ultimo libro proprio Les Gueux, dedicato alle ZFE, alle loro conseguenze e al loro significato sociale e politico.
Per Jardin, queste zone si rivelano una forma di “segregazione sociale e geografica”, una norma contro i più fragili, contro coloro che non possono comprare un’auto elettrica. Jardin non rifiuta l’ecologia, ma ne denuncia la deriva punitiva, classista, ingiusta.
Il punto centrale del suo racconto è la sofferenza individuale alla base dell’azione collettiva. I suoi personaggi portano a una contro-narrazione ottimistica (“contro il fatalismo prevalente”, dice) a fronte di un Occidente, descritto dai media mainstream come declinante, senza figli, senza valori, destinato a una più o meno rapida evaporazione. E c’è rabbia nei “Gueux”: ‘non possiamo pagare noi per purificare l’aria dei ricchi che vivono nelle città’; c’è sdegno: ‘non possiamo essere denigrati per i nostri valori’; c’è risentimento: ‘siamo invisibili, i media ci disprezzano’.
La rappresentazione di questo quadro crea la divaricazione profonda tra le realtà umane basate sull’identità territoriale: da un lato il “noi” dei piccoli centri e delle periferie urbane (i “somewhere”) che condividono valori morali, orgogliosi della vita semplice e dall’altro “loro”, i residenti nei centri delle città, (gli “anywhere”), i globalizzati che possono vivere dappertutto, che condividono stili di vita plasmati dai consumi intellettuali e su una modernità senza confini.
Siamo così al punto centrale della questione: come il “noi” legato alla difesa emotiva dei luoghi e della tradizione possa (debba) incrociare una proposizione democratica che incontri, in qualche modo, quel “noi” e lo trasformi in qualcos’altro: un “noi” che riguardi l’intera collettività nazionale.
Abbiamo bisogno di una seconda digressione: Samuel Stouffer nel 1949 condusse uno studio, una “survey” su 600mila soldati statunitensi che parteciparono alla Seconda Guerra Mondiale, quelli che sconfissero nazisti e fascisti e portarono la libertà all’Europa. Da cosa erano motivati a combattere, si chiese? La motivazione più forte (c’era anche quella naturalmente) non era l’ideale democratico o l’odio verso il nemico, ma il desiderio di non deludere i propri compagni di combattimento. Non era la comunicazione dall’alto a motivarli, ma la comunicazione tra pari, cioè quella che nasceva al loro interno. L’ideale democratico era piuttosto dei capi dei loro governi (Roosevelt, Truman, e, ancor di più, Churchill): la lealtà ai propri compagni e al proprio paese era in perfetta sintonia con quella dei loro leader. L’ideale, portare la libertà, si sposava con l’identità di gruppo e con l’identità dei leader.
Lì era la guerra per la libertà, qui è per l’identità culturale e per le condizioni economiche condizionate dai flussi immigratori. Nel nostro tempo gli ideali di accoglienza devono fare i conti con i confini degli stati così come sono per una ragione molto concreta: il welfare, la più grande conquista democratica dei lavoratori, soprattutto in Europa, è fondata sugli stati nazionali. Può esserci un welfare universale, un welfare senza confini? Impossibile: neppure la Cina, paese in grande sviluppo economico, può permettersi un welfare per i suoi cittadini, anche solo lontanamente comparabile a quello europeo. Il welfare, per costituzione, è un gioco interno agli stati nazionali: la tassazione dei residenti finanzia il welfare dei residenti. Si può evitare di regolare la composizione della platea dei “residenti”? Di fatto l’immigrazione è il punto chiave della polemica populista: è lì che si coagula il “noi”, anche per la facilità di definirlo e di indicarlo. Non per caso Marsiglia è il posto della Francia, e forse d’Europa, dove il problema dell’immigrazione ha creato più tensioni e da più tempo, nutrendo appunto populismi di ogni segno.
Il punto è riuscire a far diventare “noi” anche i nuovi residenti, cioè gli immigrati, ma si può fare senza regolare, integrare, assimilare i flussi migratori? La percezione di un fenomeno senza controllo costruisce e rafforza il “noi” ostile, per cui si assiste al paradosso di persone che sono “contro gli immigrati”, ma non sono certo ostili verso le singole persone (badanti, muratori, lavoratori) con cui hanno un rapporto quotidiano. La trasformazione del “noi” ostile al “noi” accogliente non può passare solo dalle relazioni umane stabilite, talvolta in maniera straordinaria, tra residenti e nuovi arrivati, ma con una reale nuova “constituency” democratica su questo fenomeno che non può essere solo di accoglienza senza distinzione e senza limiti.
Pensiamo ancora alla storia degli Stati Uniti, un paese tutto di immigrati. L’emozione che ha guidato nei decenni l’immigrazione non è stata “accogliamoli tutti”, ma facciamo grande il nostro paese e per farlo grande abbiamo bisogno di forze nuove, di energie, di cervelli: è così che l’hanno fatto davvero grande (a dispetto di Trump che forse lo farà più “piccolo”). L’ideale più universale è stato rubricato alla voce dell’ambizione nazionale: poteva essere altrimenti?
Si deve costruire un’emozione non solo astrattamente su chi arriva, ma anche su chi deve accogliere. E che l’immigrazione non sia percepita nella forma della paura è un compito anche della sinistra. Su questo vincono Starmer e la sinistra del nord dell’Europa, ma questo è un prossimo argomento.
3. Keir Starmer e il progressismo popolare anti-populista
Cosa fare con il populismo? Bisogna chiederlo a Keir Starmer, perché sa come batterlo. Nel luglio dello scorso anno, dopo quattro (dicasi quattro!) sconfitte consecutive dei laburisti, ha vinto le elezioni in maniera clamorosa (con gli stessi seggi della prima volta di Blair nel 1997 e più di Blair nelle due volte successive), conquistando la Gran Bretagna. Com’è stato possibile che nella terra dove è esploso il movimento populista con la Brexit, con un’ultradestra agguerritissima e feroce (Farage) vinca un laburista? Come ha fatto?
Bisogna imparare da Starmer perché, sia pur in una diversa situazione, la sua ricetta va benissimo anche per l’Italia. Anzi va bene per tutto l’Occidente democratico, dove nessun paese può dirsi al riparo dal pericolo populista. Qual è la ricetta di Starmer, allora? In sintesi: si parta dalla comprensione del populismo (da cosa è mosso, cosa domanda?); si aggiunga un pensiero (pensiero!) strategico (la nuova constituency del centro-sinistra - o sinistra che dir si voglia) che lo possa superare; si sviluppi un’azione politica (conquistare la maggioranza degli elettori) e il risultato è raggiungibile.
Qui non si parla di escamotage politicisti, di giochi elettorali, o di “labels” (etichette che individuano un leader o un partito) da assemblare come viene meglio, ma della battaglia politica vera e propria che è sempre – quando lo è – una battaglia culturale per la conquista dell’anima politica delle persone. Compito difficile, ovviamente, ma inevitabile se si vuole vincere tra la gente. Ma torniamo a Starmer, perché l’esempio è qui, davanti a noi, e dobbiamo solo vederlo, capirlo e, se possibile, imitarlo.
Rifuggiamo però dal generico, andiamo a vedere cos’è oggi il Partito Laburista; quali misure sta attuando Starmer (siamo a un anno dalla sua elezione a primo ministro) e com’è fatto, e come resta insieme, il molteplice mondo della sinistra, e del centro-sinistra (o come vogliamo chiamarlo) che gli sta attorno.
Quello che sta accadendo in Gran Bretagna da noi non viene quasi considerato: Corbyn, che ha perso due volte di fila (e la seconda in maniera rovinosa, che peggio non s’era mai visto), era quasi un idolo, Starmer che stravince non merita attenzione. Perché mai?
Esiste un modello Starmer? Starmer non è un ideologo, anzi fa del pragmatismo il suo modello, ma intorno a lui si disegna una nuova sinistra (o meglio centrosinistra) che ha fatto i conti sia con Corbyn e il suo estremismo verboso e inconcludente, sia con Blair e il suo globalismo/mercatismo senza limiti. Siamo davanti a un movimento di “progressismo post-populista”, perché risponde al populismo su un terreno nuovo, non declaratorio (e certo non sprezzante) e con un fortissimo senso morale popolare del bene comune (“common ground”), oltre che di difesa etica e insieme concretissima del lavoro. Vediamo meglio.
I pilastri fondamentali di Starmer sono tre: il governo dei flussi migratori; la sicurezza e la centralità del lavoro. Poi c’è il background che gli viene da vari mondi, di cui il più distintivo è quello del “Blue labour”, la corrente laburista di Maurice Glasman, d’ispirazione cattolica, legata al comunitarismo e a quello delle “piccole patrie”, ma anche soprattutto della “patria”, intesa come entità appunto comunitaria della nazione, non in chiave sovranista. Vediamo più avanti come si delinea il Cubo di Rubik del Partito laburista oggi.
Sull’immigrazione Starmer ha pubblicato un “white paper” nel maggio scorso (quando anche da noi una proposta sistematica?) in cui ha definito la visione del Partito Laburista sul problema che alimenta sopra ogni altro le istanze populiste. Il titolo è già esplicativo: “Restoring Control Over Immigration System”. Ha capito che ciò che alimenta la paura principale alla base del populismo non è tanto (o non principalmente) avere degli immigrati, ma non avere un governo del fenomeno: fa paura proprio la mancanza di controllo piuttosto che il razzismo, che pure s’incunea in parti del populismo (ma si può tranquillamente vincere senza i voti razzisti).
Nel 2022 la Gran Bretagna ha avuto un saldo di 600mila immigrati in un solo anno: ha fatto paura che questo numero potesse ancora moltiplicarsi. Starmer ha prima cancellato il programma del conservatore Sunak della (ignobile) deportazione in Rwanda degli immigrati, ma si è impegnato a non far crescere il numero complessivo degli immigrati; ha fatto un accordo con la Francia “One-in, one-out”, per cui a ogni immigrato illegale espulso, ne viene accolto uno legale; ha fatto un accordo con la Germania per colpire le barche che usano i trafficanti di persone; ha creato una Digital-ID per gli immigrati per evitare che siano sfruttati con il lavoro nero; ha decretato uno stipendio minimo per gli immigrati per evitare sia lo sfruttamento, sia che si crei quello che Marx avrebbe definito un “esercito di lavoratori di riserva” in concorrenza con i residenti, che finisce per danneggiare i lavoratori più deboli. In sostanza, contenimento dei flussi, massima priorità alla legalità, difesa dei loro salari una volta arrivati in Gran Bretagna. Tutto giusto? Tutto da copiare? Si può fare altrimenti? Non sono queste le domande, perché ogni paese deve avere la sua strategia. Ma una, efficace e responsabile, la deve avere.
In questo caso agisce la grande serietà morale che viene riconosciuta a Starmer e alla migliore tradizione laburista: prendersi carico responsabilmente dei problemi, attuare programmi graduali, difendere il lavoro sia che venga svolto dai residenti sia dagli immigrati. Soprattutto ha dato agli elettori sicurezza, ha mostrato capacità di gestire i problemi, con un ancoraggio morale ai valori britannici più popolari e meno cosmopoliti.
Siamo al secondo pilastro, quella della sicurezza, sia sul piano interno che su quello internazionale: ha creato una sezione della polizia specializzata nel contrastare le gang, perché bisogna che si senta la presenza della legge (“feel the full force of the law”) e la BSC (Border Security Command) per contrastare il traffico clandestino ai confini dell’isola. Sul piano internazionale ha aumentato le spese militari, ha assicurato tutto il sostegno possibile all’Ucraina e stretto – pochi giorni fa – un fondamentale patto con Germania e Francia di mutuo soccorso militare, oltre la NATO (meglio essere auto-sufficienti se Trump decidesse di “mollare” l’Europa…) e messo in comune la protezione con le armi nucleari dei tre paesi. Sicurezza, perciò, al primo posto e Starmer è un avvocato famoso per essere un difensore dei diritti umani sul piano internazionale; perciò, ha una storia tutta da questo lato del mondo, e non certo militarista.
Il terzo pilastro è il lavoro. In questo anno ha creato una legge contro lo sfruttamento del lavoro, incluso quello degli immigrati (“Employment Rights Bill”) perché la difesa e lo sviluppo del lavoro è la ragion d’essere del Partito Laburista, e non si è capacitato che proprio i lavoratori negli anni di Corbyn abbiano abbandonato il Partito. Ha aumentato gli stipendi dei dipendenti pubblici del 5-7% per le stesse ragioni di dignità del lavoro. Ecco, la dignità del lavoro ricorre ogni volta nel nuovo Partito Laburista, dignità fatta anche di stipendi più alti. Ha creato un piano per costruire 1,5 milioni di case (“Plan for Change”) per rispondere al fabbisogno abitativo (a Londra il problema è enorme) per la semplice ragione che dignità del lavoro significa anche dignità dell’abitare. Accanto alle abitazioni, c’è un grande piano di investimenti affinché la Gran Bretagna torni a essere un paese che produce, e non solo faccia finanza.
Ha un nome questa strategia: “Securonomics” di grande intesa tra capitali privati e pubblici, con un grande investimento sulla scuola. E qui c’è un’altra novità: no al “mercatismo” di Blair, per cui globalizzare e far agire solo i mercati darebbe tutte le soluzioni, ma protagonismo dello Stato, senza però essere statalista o peggio, come voleva Corbyn, nazionalizzare le imprese. Lo “Starmerismo” è insieme pro-business e pro-lavoratori: da questo sostegno reciproco viene la forza di proporre un protagonismo economico su base nazionale e non come parte della divisione internazionale dell’economia, per cui ogni paese è un pezzo di una strategia le cui fila non sono guidate, e neppure co-guidate, dai paesi, ma dai grandi soggetti finanziari globali. In sostanza, espandere la produzione di beni e servizi, piuttosto che accrescere la loro domanda, come vorrebbe la globalizzazione, senza pensiero su chi effettivamente fa la produzione. Potremmo definire questa strategia come “supply-side economics” di sinistra. Anche questa una novità assoluta.
E qui arriviamo a un altro punto importante del nuovo “Labour Party” che possiamo definire “patriottismo morale”, perché non bisogna lasciare ai populisti il senso della patria, o della nazione, o addirittura dell’identità inglese, quindi un partito “pro-nation” e “pro-flag”. Su questo il contributo di Glasman (già consigliere di Ed Miliband) è decisivo, visto che il “Blue Labour” parla di “Family, Faith, Flag”, di mutualismo e obblighi sociali che il mercato e il globalismo hanno dimenticato. Glasman, richiamandosi a Polanyi, sostiene che il liberismo si è separato (“disembedded”) dalle obbligazioni sociali. Di conseguenza, bisogna reincorporare l’economia con le istituzioni nazionali, la cultura e la responsabilità sociale.
La geografia politico-culturale degli elettori del Partito Laburista è fatta da un’ala tecnocratica progressista che punta su sicurezza, stabilità, primato nazionale, ordine basato sulle regole, primato della produzione e dello sviluppo economico (40-45%); un’ala liberal urbana, anzi londinese, centrata sui diritti individuali, sulla tolleranza, diversità, etc. (25-30%); il “Blue Labour”, sostenitore dei valori tradizionali della famiglia e della nazione, attento alle istanze dei piccoli centri, espressione della cultura religiosa e cattolica (15-20%); l’ala “eco-socialista”, cioè radicale sull’ambiente e culturalmente vicina ai valori socialisti corbyniani (10-15%). Come li tiene assieme? Marginalizzando l’ala “eco-socialista” e prendendo dalle altre tre componenti i temi da incorporare in una strategia di governo molto chiara. Si potrebbe dire che ognuna delle componenti si sente “engaged enough” per contribuire al governo del paese, ma nessuna prevale in maniera assoluta, e qui ci sono anche le notevoli capacità manageriali in senso proprio del Primo ministro.
Qual è, alla fine, l’anima politica di Starmer? Aver capito che fosse assolutamente necessario che che i lavoratori (non i minatori, ma ogni categoria) tornasse a votare il Partito Laburista e per farlo bisognava riconoscerne i bisogni e le emozioni (alle derive emozionali populiste risponde con la forza morale della serietà); che gli elettori in generale, e i centristi in particolare, siano rassicurati che il Partito laburista è in grado di governare, che non è né radicale, né caotico; enfatizzare che il miglioramento incrementale (in tutti i campi), ovvero il “soft left realism” (la mistura tra realismo tecnocratico morale e valore del lavoro) fosse preferibile alla battaglia e alla rottura ideologica; che i valori progressisti vanno affermati con gradualità e con ordine.
Tutto questo è il “modello Starmer”: no utopie, no slogan, no guerre culturali, ma grande valore morale della politica (che non serve per indignarsi, ma per risolvere i problemi); la nazionalità come terreno comune, non come un campo di battaglia; il lavoro come valore assoluto; lo stato che non si ritrae, ma che non opprime; l’immigrazione come un fenomeno da guidare non da subire o da demonizzare; la sicurezza e la legalità come beni primari, non relativi; la fierezza dell’Inghilterra come patria, e anche come ideale democratico universale. Qual è traduzione italiana dello “Starmerismo”?
4. Il linguaggio populista e la sfida della comunicazione politica
Se qualcuno pensa che il linguaggio sia accessorio, secondario o rappresenti solo la superficie della politica - che sarebbe ben altra e ben diversa - smetta di leggere questo articolo. L’idea qui sostenuta - al contrario - è che tutta la comunicazione sia politica, anche se non tutta la politica è comunicazione; ma anche in questi casi, persino quando è coagulo di interessi, ambizioni personali o sport di contatto, alla fine dovrà pur persuadere, esprimersi, trovare il suo linguaggio. In sostanza, chi controlla il linguaggio controlla la politica. Fermiamoci qui, senza scavare ulteriormente su questo tema, perché è urgente rispondere a queste domande: perché il linguaggio populista è così efficace? ci può essere, o qual è la possibilità, di un linguaggio non populista che sia efficace quanto il primo?
Il linguaggio ha i suoi mezzi e questi danno forma alla comunicazione. Se cambiano i mezzi della comunicazione, cambia il linguaggio e cambia la politica. Qualche esempio? Nella “Prima repubblica” dominavano i partiti organizzati e i partiti erano dominati dalle parole, perciò molta lettura dei giornali (ogni politico, anche medio, aveva sottobraccio il classico fascio di quotidiani); riviste di approfondimento politico dovunque; riunioni di sezione in cui dibattere delle parole scritte, cui si aggiungeva qualche libro formativo: le sezioni comuniste, socialiste, democristiane e liberali hanno vissuto delle discussioni sulle ideologie, cioè sulle parole scritte. Forse era un metodo troppo pedagogico, forse era legato ai bassi livelli d’istruzione, forse era la conseguenza di una visione del popolo come organismo deliberante, fatto sta che la comunicazione della Prima repubblica era fatta tutta di parole scritte o declamate (nei comizi) pensate dall’alto e discusse dal basso.
La “Seconda repubblica” nasce e cresce con la televisione: alla parola scritta si sostituisce il linguaggio televisivo. Il linguaggio politico cambia di conseguenza. Berlusconi è stato il capostipite in Italia, ma già negli Stati Uniti si era da tempo nell’era dell’advertisement, ad esempio con il celebre massaggio pubblicitario di Lyndon Johnson, “Daisy” (la bambina con la margherita) del 1964 sul pericolo nucleare sovietico. Non c’è più bisogno di riunire le persone nelle sezioni, basta averle davanti al video. Il popolo diventa audience. Questo cambia i meccanismi persuasivi: prima lasciati al turbinare delle parole, adesso al turbinare delle trasmissioni televisive. Non serve dilungarsi su questo, annotiamo però un punto che ci servirà: adesso, con la tv, il tempo di incorporazione, elaborazione e sedimentazione della comunicazione è molto più breve rispetto alla carta stampata o agli incontri personali in sezione: si reagisce all’immagine in pochi istanti: si cambia canale, o si resta dove si è.
Arriviamo all’oggi, quando il mezzo dominante è internet e i social media. Il linguaggio della politica cambia di nuovo e in molti modi che qui possiamo solo riassumere: dominio delle immagini (e poi dei video) a cui si reagisce in tempi istantanei; comunicazione peer-to-peer (cioè tra pari, o supposti tali) e non più dall’alto verso il basso, ma dal basso verso il basso, inclusa anche l’interpretazione dal basso di tutto ciò che viene dall’alto; formazione delle bolle autoreferenti (nessuno più vede quello che vedono tutti -la base antica della formazione dell’opinione pubblica – ma ognuno ha il suo palinsesto personale); e, soprattutto, nella gara feroce a conquistare l’attenzione, si stabilisce il dominio dell’emozione perché nessun ragionamento sarà più emozionante (per altro, non ne avrebbe il tempo) di un’immagine o di un video.
Se per Wittgenstein “i limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo”, allora i “limiti” (cioè la natura) della politica sono i limiti del suo linguaggio; o meglio i limiti dei mezzi che usa per comunicare.
Per capire i perché del successo della comunicazione populista abbiamo bisogno di una referenza teorica, quella di Kahneman, e del suo pensare veloce, pensare lento, ”Thinking, Fast and Slow”. Abbiamo due sistemi di pensiero: uno veloce, immediato, intuitivo che non richiede sforzo e l’altro lento, riflessivo, logico, che richiede attenzione e concentrazione. Il pensare politico appartiene al primo sistema.
Ci si domanda perché la politica, che invece dovrebbe essere il luogo del raziocinio per eccellenza, dove la necessità di pensare il bene comune ovviamente non può scaturire dal primo pensiero che passa per la mente, ma da una qualche dose di riflessione, appartiene al primo sistema, veloce e intuitivo?
La risposta comprende più punti: anzitutto il mezzo della comunicazione, che oggi impone un pensare veloce (non ci si mette a riflettere e ponderare davanti a un tweet, meno che mai davanti a un TikTok); il pensare veloce, a sua volta, ha bisogno dei bias cognitivi e la politica funziona proprio così, fa leva sui pregiudizi, positivi o negativi che siano, anche se non sempre e non per tutti, ma in gran parte è così; inoltre, i contenuti populisti sono facilmente traducibili in termini emozionali. Da dove nasce, alla fine, la retorica delle emozioni?
Nella retorica populista c’è l’eterna rappresentazione della lotta tra buoni e cattivi. Con il che si introduce nella politica una categoria inedita (sempre presente nelle fiabe, ma inedita in politica) secondo la quale tutta la storia del mondo, inclusa questa, specialmente questa, è fatta dalla battaglia dai soggetti della virtù che combattono il male, dove tra i primi c’è il popolo (“puro”) e le élite (“corrotte”) che incorporano il secondo: “noi” e “loro”.
Ci dev’essere però qualcosa di ancora più antropologico rispetto a questo schema ben noto, che induca, in specifico, a usare i social media come una necessità inderogabile, incluso l’odio. La tesi affascinante è di Mark Edmundson (“The Age of Guilt: The Super-Ego in the Online World”) che utilizza la psicoanalisi freudiana per esaminare e spiegare il clima culturale e sociale tossico dell'era digitale. Quando il nostro Super-Io collettivo ci tormenta con un senso di colpa e di inadeguatezza, una strategia per alleviare questa pressione è proiettare il giudizio sugli altri. È esattamente ciò che accade sui social media: le persone, sentendosi in difetto o insicure, puntano il dito contro gli altri per presunte infrazioni morali. Non sapendo più con certezza (perché i media mainstream vivono in un eterno relativismo valoriale) cosa sia la buona vita, ci accontentiamo della vita invidiabile, da qui la ricerca ossessiva di attenzione da un lato e la costruzione di un "sé" attraverso l’odio, dall’altro: odio, dunque sono. Ci si può definire – si può definire il sé – attraverso l'odio. Secondo Nietzsche, le persone preferiscono avere il vuoto come scopo piuttosto che essere prive di scopo.
Agisce in più anche un altro corto-circuito: la ricerca individuale di attenzione, contrappeso alla percezione (forse) inconsapevole della impossibilità di scardinare il sistema, di abbattere “loro”, che però finisce soltanto a raccogliere altri reciproci, identici stati d’animo, anch’essi alla ricerca di attenzione e con gli stessi moventi: “urliamo il nostro nome tutto il giorno e tutta la notte a quello che speriamo possa essere un gruppo di ammiratori, ma che in realtà non è altro che un pantano popolato da altri noiosi auto-proclamatori”. L’insieme costituisce il Super-Ego collettivo.
Se questa è la natura profondissima da cui sgorga il linguaggio populista, che udienza volete che riceva un discorso razionale sulla politica, cioè sulle cose da fare per risolvere i problemi? Cosa ci può essere di più emozionale della propria stessa esistenza? È evidente che le due forme di linguaggio, quella populista e quella “razionale” della politica, sono mondi separati; per trovare una qualche forma d’ascolto della politica non-populista bisogna incorporare alcune delle forme emozionali della comunicazione. Non si tratta ovviamente di proporre un odio simmetrico con target diversi, ma di parlare a mondi che oggi sono disponibili ad ascoltare solo qualcuno con cui si possano connettere sentimentalmente. Questa è l’altezza della sfida, complicata, anzi complicatissima, ma possibile. Vediamone i tre punti più importanti.
Innanzitutto, ci vuole una meta-attitudine, cioè qualcosa viene prima delle questioni politiche vere e proprie, che crei quella connessione sentimentale di cui si è detto, fatta di “empatia narrativa” (capisco il tuo punto di vista), “empatia emozionale” (capisco la tua situazione concreta) e un riconoscere/rispettare l’altra parte (hai diritto di dire la tua).
Un secondo punto è l’uso dei “noi”, inclusivo non solo delle minoranze, ma anche delle maggioranze. D’altro canto, è stato proprio Obama (uno che di connessioni sentimentali se ne intende) a dire che la più potente singola parola nella nostra democrazia è “noi”. Questa prospettiva è totalmente necessaria; ma su cosa si può fondare il “noi”, cioè su quale terreno comune? Non può che essere il Paese, la nazione, la comunità nazionale. Poi si possono aggiungere anche altri elementi, ma quasi per definizione, questo è il terreno su cui un “noi” inclusivo si può sviluppare. Incoraggiare l’unità è qualcosa che fino a pochi anni fa era quasi il “mantra” del mondo democratico e di sinistra, perciò non è una scoperta. La polarizzazione più si accentua e più fa vincere il populismo, perché i suoi richiami sono più “ancestrali” di quelli del polo opposto.
Su cosa poi si costruisce la prospettiva del “noi”? Non può essere quella di un messaggio generale negativo (come, ad esempio, il senso di colpa, tanto gigantesco quanto infondato, dettato dall’idea che il mondo occidentale, lo sviluppo economico, il sapere e persino l’uomo, in quanto entità storica, siano responsabili della distruzione del pianeta e di tutte o quasi le ingiustizie del mondo). Bisogna riaffermare il senso della vita in un mondo che si presenta troppe volte come negativo. È il concetto di speranza, quello che ha fatto vincere Obama, e prima Martin Luther King e prima ancora Lincoln, che sollecitava “i migliori angeli della nostra natura” per fermare la secessione razzista del sud. Solo la speranza che promette di risolvere insieme i problemi di tutti, cioè della comunità nazionale, può contrapporsi emotivamente a un’idea di rancore sociale alimentata dal mancato riconoscimento della propria sofferenza e rompere quella polarizzazione “noi”/ “loro” che sta alla base della narrativa populista.
Ci sono esempi di successo di una comunicazione politica così impostata (da quello di Jacinda Ardern, ex-premier neozelandese, con il suo “be kind, be strong” durante il Covid e, in generale, campionessa della comunicazione diretta, empatica, appassionata, rispettosa e onesta a quello di Starmer, molto chiaro, netto, persino duro e insieme compassionevole, carico di integrità e con una grande forza morale e di serietà della classe dirigente).
Abbiamo cominciato con il linguaggio e abbiamo finito con le strategie politiche, ma avremmo potuto comunicare con le strategie politiche e avremmo comunque finito a parlare del linguaggio. Le due cose – l’abbiamo capito – sono una cosa sola. Come il Paese.
5. Doppio assedio alla democrazia: populismo fuori, vuoto dentro
Cosa fare del populismo? e cosa fare della democrazia, anche. La domanda è duplice, bruciante: perché non basta dire – e dimostrare – che il primo sia un pericolo per la seconda: lo è. Bisogna capire come la democrazia debba difendersi non solo dagli assalti esterni, ma anche dall’erosione che le cresce dentro; non soltanto dal populismo che bussa alle porte, ma dal vuoto che intacca le sue fondamenta.
La questione si riassume così: i democratici credono ancora, davvero e senza riserve, nella primazia della democrazia? Il dubbio s’insinua quando si vedono incrinature interne con gli stessi sintomi di quella vena autocratica che altrove appare conclamata.
Mettiamola in altri termini: è sufficiente considerare la democrazia come denotazione – elezioni libere, stampa indipendente, principio di diritto – senza preoccuparsi della sua connotazione più sostanziale? Quella di un governo che tenta di distribuire il potere in modo equo, di avvicinare le condizioni di partenza di ogni cittadino, di rendere reale l’idea che la politica debba rispecchiare la volontà popolare? Insomma, non (solo) forma, ma essenza.
Le cronache di questi giorni, sebbene su questioni più minute, offrono esempi eloquenti. La “democrazia dinastica” di De Luca, la volontà di Emiliano e Zaia di aggirare il limite dei mandati, concepito per impedire la perpetuazione del potere: segnali che mostrano quanto sia sottile – e cruciale – la differenza tra rispetto formale della legge e rispetto sostanziale dello spirito democratico. Non è un sofisma teorico: è un fatto politico e culturale concreto.
Non facciamoci però risucchiare dalla cronaca. La questione è più ampia, e globale. È necessario che i democratici credano ancora nella democrazia, che vi investano energie e fiducia, se vogliono invertire una tendenza che volge al peggio, ovunque.
I dati lo dicono con chiarezza. Secondo Freedom House, nell’ultimo anno 60 Paesi hanno visto arretrare i propri indici democratici, mentre solo 34 hanno fatto progressi. Il Democracy Report registra il minimo storico: restano soltanto 29 Paesi interamente democratici – il numero più basso degli ultimi cinquant’anni – a fronte di 91 autocrazie. In termini demografici, significa che solo il 20% della popolazione mondiale vive in una democrazia reale. Le cifre si discutono, i metodi si possono anche contestare, ma il quadro rimane: la democrazia sta vivendo una lunga stagione di regressione.
La riunione di Shangai di questi giorni, sotto la regia della Cina, raccoglie anche l’India (nemico storico della Cina) indispettita dai dazi americani (dal 25% al 50%) insieme alla Russia, all’Iran, al Pakistan e ad altri paesi è la prova della crescita di una internazionale antioccidentale. Ci ha pensatoi lo stesso Putin a definirne i contorni ideologici, parlando di un nuovo ordine mondiale guidato non più dall’Occidente, ma dalla “Maggioranza Globale”, che Putin descrive non solo per il peso demografico ed economico dei paesi emergenti, ma esplicitamente come un fronte geopolitico che mira a opporsi all’occidente, ai suoi valori e alla sua tradizione giuridica.
Perché trova successo la narrazione antidemocratica? Una delle ragioni è seducente, e pericolosa: gli autoritarismi appaiono più “efficienti”. La Cina ne è il caso da manuale: virtù progettuali tecnocratiche calate dall’alto, meritocrazia, decisioni rapide senza contrappesi, controllo sociale capillare. Altre cause della crisi sono più note ma non meno insidiose: diseguaglianze economiche sempre più marcate (che senso ha “una testa, un voto” di fronte a concentrazioni enormi di potere economico e mediatico?); istituzioni sempre meno capaci di essere neutrali; identità culturali che non includono la democrazia tra i propri valori fondativi; giganti globali – dalla finanza alla rete – che sfuggono a ogni controllo nazionale; e infine la tecnologia che sgretola comunità e legami, lasciando spazio a un individualismo atomizzato.
Dal lato interno assistiamo a una sorta di “recessione democratica”: un processo nutrito da fattori diversi e convergenti, basta leggere Mounk (sul liberalismo “underdemocratic”), Zakaria (sul rischio della separazione tra liberalismo e democrazia), Tomasky (sulla centralità declinante della classe media nella democrazia), Sunstein (sulla personalizzazione dell’informazione che mina la democrazia) e da qui la sfida: come costruire un rilancio democratico –al livello globale e locale?
Il programma è inevitabilmente intrecciato a dinamiche colossali: il “capitalismo politico” che alcuni importanti governi hanno fatto proprio; il ritorno della forza al posto del diritto; un mondo multipolare in cui però proprio l’Europa fatica a farsi polo.
La soluzione, allora, è un doppio movimento: contrastare le politiche antidemocratiche in tutte le loro forme – dittature dichiarate o democrazie illiberali – e al tempo stesso rafforzare la democrazia nella sua essenza, nella sua ragion d’essere.
L’erosione segue due strade. Una è programmatica: lo svuotamento consapevole, cercato da leader che hanno deciso di piegare le regole a proprio vantaggio. L’Ungheria è l’esempio più evidente; ma persino negli Stati Uniti, “la più grande democrazia del mondo”, si vivono quotidianamente attacchi al sistema dei contrappesi, alla terzietà della giustizia e all’indipendenza dei media e delle istituzioni.
L’altra è un’erosione involontaria: la noncuranza, la progressiva caduta di partecipazione, il logoramento interno. L’Italia è un caso lampante. Nel 1992 alle politiche votava l’87,3% degli elettori; nel 2022 appena il 63,9%. Quasi un quarto degli italiani ha smesso, in questi anni, di esercitare il proprio diritto-dovere di voto. Il calo più brusco è arrivato proprio di recente: tra il 2018 e il 2022 la partecipazione è crollata di oltre nove punti.
E se guardiamo alla vita politica organizzata, il quadro è persino peggiore. Nella Prima Repubblica, tra gli anni ’40 e ’60, oltre cinque milioni di cittadini erano iscritti a un partito: un italiano su dieci partecipava personalmente e direttamente alla vita politica. Oggi le cifre sono incerte – la trasparenza non è il forte dei partiti – ma le stime più generose parlano di appena 1,1 milioni di iscritti complessivi.
Può una democrazia reggersi su una partecipazione popolare sempre più esigua? Non è già questa, in sé, una contraddizione? Non è proprio questa declinante qualità della democrazia a spianare quasi “moralmente” la strada al populismo?
Per capire perché si partecipa alla vita politica – o non si partecipa – bisogna tornare alle motivazioni fondamentali. Si vota per due ragioni: per sentirsi parte di una comunità (una volta le ideologie lo rendevano naturale; oggi è più complesso) e convinti che il proprio voto conti davvero, che abbia conseguenze tangibili. In altre parole: farsi rappresentare e decidere direttamente sui rappresentanti.
La prima motivazione – appartenenza – è in gran parte fuori dal controllo diretto della politica, ma la seconda – la convinzione che il voto incida – dipende tutta dal sistema politico. E qui il quadro è desolante: partiti sempre meno democratici al proprio interno, con congressi rari e decisioni calate dall’alto; candidature e regole elettorali che separano l’elettore dal proprio rappresentante (con le liste bloccate, si vota un marchio, non una persona). Partecipare è sempre meno efficace, e quindi sempre meno motivante.
Il risultato è una spirale: meno partecipazione, meno legittimità, più disincanto. La democrazia si svuota, si impoverisce, e diventa vulnerabile all’assalto populista. Quando la politica smette di rispecchiare la volontà popolare, quando si riduce a formalità e rito senza potere reale, l’accusa dei populisti diventa non solo propaganda, ma rischia di diventare una constatazione.
E allora, la domanda resta. La democrazia ha ancora la forza di credere in sé stessa? Un ruolo fondamentale, per restare all’Italia, tocca ai partiti: attraverso cosa può passare la loro rinascita? È certo impossibile pensare di ricostruire quel tessuto capillare e fisico dei partiti d’un tempo, che garantiva partecipazione personale degli iscritti alle decisioni; ma tra quello e l’assenza di ogni partecipazione e formalizzazione dei processi decisionali ci passa un mondo. Se la politica diventa una separazione tra domanda e offerta, cioè si costituisce come un “mercato” dove da un lato si creano i “prodotti” politici e dall’altro non resta per la domanda (gli elettori) che la scelta tra opzioni precostituite e auto-referenti, è difficile pensare a una rivitalizzazione. In un mondo che voglia rispecchiare la Costituzione e il senso profondo della democrazia, dovrebbe esserci sempre un flusso e riflusso tra domanda e offerta sia all’interno di ciascun partito, sia all’interno del sistema politico generale.
“Il partito è così la sola anticipazione possibile della società futura”, sosteneva Gramsci. Perciò è difficile pensare che a una conduzione dei partiti populista e/o autoritaria basata sulla bassa partecipazione, corrisponda poi un governo diverso da quello prefigurato dalla conduzione dei partiti. Questo nodo è decisivo per rivitalizzare la democrazia. Mentre gli altri processi sono macroscopici e di difficile intervento diretto, la riforma della vita reale dei partiti è teoricamente molto più vicina e abbordabile. La tentazione di rispondere simmetricamente al populismo è inerziale e sempre ingannevole: è piuttosto l’asimmetria che sposta le cose in avanti. Anche per la democrazia.
6. Per una nuova stagione riformista
Preparare una primavera riformista, reiventando il riformismo. Altrimenti la trappola populista, fatta di rancore sociale che diventa domanda politica, finirà con lo stringere la democrazia in una morsa sempre più stringente. Piacerebbe invece poter sentire che “nel mezzo dell’inverno, abbiamo infine trovato un’invincibile estate dentro di noi.” Quale estate e perché invincibile?
È tempo di ricostruire un legame autentico tra i riformisti e il paese reale: rendere il messaggio chiaro e credibile, riconquistare la fiducia degli elettori e far percepire il riformismo non (solo) come competenza tecnica, ma come la visione che sa toccare il cuore delle persone.
Serve dunque un pragmatismo con un’anima che sappia ispirare, che dimostri di comprendere davvero le preoccupazioni quotidiane della gente comune. Starmer in Gran Bretagna sta tentando questa strada: ha abbandonato la retorica di sinistra radicale per parlare direttamente ai lavoratori che si sentivano abbandonati dal Labour. Ha scelto patriottismo responsabile invece di cosmopolitismo d'élite, sicurezza invece di ideologia. In Italia, questo rinnovamento fa fatica a cominciare.
La ricetta che portò al successo Clinton e Blair negli anni '90 è oramai inutilizzabile. Quell'epoca di comunicazione controllata, cicli informativi lunghi e messaggi calibrati appartiene a un mondo che non esiste più. I social media, l'informazione istantanea e la frammentazione dell'attenzione hanno riscritto le regole del gioco politico.
Negli articoli precedenti (rif. https://www.linkiesta.it/author/antonio-preiti/) abbiamo esplorato il populismo: le sue radici profonde; la natura prepolitica del risentimento che lo alimenta e su cui cresce. Emerge un quadro complesso e apparentemente contraddittorio: in America, elettori dai profondi sentimenti religiosi votano in massa per Trump, pur essendo lontanissimi dal personaggio e dal suo stile di vita; una Francia dei “Gueux” si sente “oppressa” dall’ecologismo punitivo e dal disprezzo che le élite riservano alla loro concezione della vita.
Questi fenomeni s’intrecciano con una crisi profonda della democrazia stessa: diminuisce la partecipazione elettorale, si riduce la capacità dei cittadini di influenzare le decisioni, si erode la qualità del dibattito pubblico. La democrazia perde vitalità mentre è attaccata dai suoi nemici.
Ma ora viene il difficile: cosa devono fare i riformisti per vincere davvero la partita, qual è la nuova estate che hanno nel cuore e che devono affermare? Partiamo da una verità scomoda: per decenni si è creduto (con tutte le buone intenzioni) che l'economia fosse la forza più potente per unire i popoli. L'idea sembrava logica: il commercio, essendo per natura un bilanciamento di interessi, avrebbe omogeneizzato il mondo permettendo a ogni paese di valorizzarsi nella divisione globale del lavoro.
Era questo il ragionamento dietro l'ingresso della Cina nel WTO voluto da Clinton: aprire gli scambi economici e tutto il resto - democrazia, diritti umani, valori occidentali - avrebbero seguito automaticamente. La stessa logica alimentava la speranza di democratizzare la Russia, semplicemente trasferendovi le nostre istituzioni.
Era sbagliata l’idea? No. Erano sbagliate le intenzioni? No. Era sbagliato il fine ultimo di avere un mondo pacificato e felicemente dialogante? No. Era sbagliato pensare che l’economia fosse più forte dei valori popolari, delle identità radicate e della storia distintiva.
Le cose hanno perciò preso un altro taglio: passare dal libero commercio di capitali e di merci al libero spostamento delle persone (flussi migratori), ha comportato un trasferimento di valori diversi, stili di vita diversi, concezioni del mondo diverse. Alcuni di questi scambi si sono rivelati una ricchezza, altri hanno generato conflitti profondi.
Si pensava che la crescita economica degli ex-paesi sottosviluppati avrebbe comportato anche una crescita del welfare in quei paesi, ma non è (ancora) avvenuto, almeno nella misura sufficiente. Allora è possibile, anche solo pensare, a un welfare senza i confini nazionali?
Di fronte a questo fallimento/dilemma, qualcuno ha immaginato una globalizzazione simmetrica: welfare globale, cittadinanza universale, redistribuzione senza confini. Utopie generose ma impraticabili. I sistemi di welfare richiedono solidarietà, tasse, consenso politico - tutte cose che esistono solo dentro comunità politiche definite.
Il problema centrale su cui ruota il populismo è l’immigrazione. I riformisti hanno bisogno di creare una “constituency” profonda e coerente su questa materia, con una visione di lungo periodo e non fondata sull’emergenza. I laburisti inglesi hanno preso la materia sul serio, vediamo cosa succederà. Non è detto che ce la faranno: il problema è enorme, epocale, perciò il risultato non è assicurato: per dare un’idea, nella città di Londra il 40,6% della popolazione residente è nata all’estero; a Bruxelles l’88% dei minori di 18 anni ha un’origine straniera, di cui il 55,7% non europea. Senza una posizione riformista fatta di principi e di linee operative, si verrà sommersi dalla polarizzazione di chi odia gli stranieri e vorrebbe mandarli tutti via e di chi non pone limiti al loro ingresso.
Un’altra questione su cui il riformismo deve impegnare la sua profonda anima liberale è quella della guerra culturale in corso. Anche in questo caso, con l’aggravante del reciproco disprezzo, siamo in pieno processo di polarizzazione: da un lato chi propone e sostiene una visione tradizionale della vita (famiglia, educazione, condivisione dei valori nazionali) e dall’altro chi propone un maggiore relativismo che fondamentalmente diventa “atomismo” individualista. Si può pensare che cambiamenti antropologici siano realizzabili con un semplice giro dell’interruttore culturale?
I processi sociali hanno i loro tempi e le loro logiche. Il mondo occidentale di oggi dimostra che i cambiamenti profondi sono possibili: nell'amministrazione Trump siedono ministri apertamente gay, le donne hanno sfondato numerosi "soffitti di cristallo" nei settori più diversi, la coscienza ambientale ha trasformato comportamenti e politiche in pochi decenni. Questi progressi sono reali e irreversibili. Proprio per questo, un autentico liberalismo dovrebbe garantire anche a chi abbraccia valori tradizionali il diritto di viverli e difenderli pubblicamente senza essere demonizzato.
I riformisti devono trovare un linguaggio universale che unisca invece di dividere.
Veniamo al tema della difesa. Credere nell'Europa significa rafforzarne le istituzioni e aumentare la sovranità diretta dei popoli europei. Ma questo processo è impossibile senza una sicurezza comune. Non si può costruire un'unione politica seria lasciando la difesa interamente nelle mani di singoli stati nazionali o della NATO, la cui consistenza è per altro messa in discussione da Trump. L'aggressione russa all'Ucraina ha reso questa contraddizione insostenibile. Non si tratta solo di un attacco territoriale: è un'aggressione diretta alla volontà di un popolo di orientarsi verso l'Europa e l'Occidente. Non si può credere in un progetto e poi rifiutarsi di difenderlo quando viene attaccato. Chi pensa di costruire un'Europa forte politicamente ma debole militarmente vive in un'illusione. In un mondo in cui, palesemente, la forza ha preso il posto del diritto, si può pensare di difendere il diritto senza la forza?
Se si rende “profittevole” l’uso della forza sul piano internazionale, questo metodo si trasferirà inevitabilmente a ogni livello, anche dentro le nazioni. Si può non aver chiaro che il diritto è indivisibile, che si tratti di persone o di stati? C’è una forza morale, una convinzione estrema, appunto un’estate che vive dentro i riformisti fondata su questa correlazione?
C’è poi il tema colossale dell’uso e dello sviluppo delle tecnologie. Il Papa (laureato in matematica) ha dedicato una sessione speciale del Giubileo all’intelligenza artificiale, invitando – tra gli altri – anche Geoffrey Hinton, “padre” dell’intelligenza artificiale generativa, chiedendosi quali debbano essere i limiti e i fini delle nuove formidabili tecnologie. Vediamo un uso dell’intelligenza artificiale che è entrato silenziosamente, ma inesorabilmente, nelle nostre vite professionali e personali; vediamo come il self-driving stia cambiando conflitti e guerre; vediamo poteri globali con cui bisognerà stabilire una qualche regola di convivenza. C’è sicuramente un problema di contenimento dell’AI: come, quando, chi può farla? Su questo tema dovrebbe esercitarsi il riformismo, perché ci porta nella piena contemporaneità; per altro, è un’altra materia in cui apocalittici e integrati servono a poco.
La storia insegna una lezione brutale: quando la polarizzazione si radicalizza, vince sempre la posizione più "ancestrale", quella che fa appello agli istinti più primitivi e alle paure più profonde. Gli esempi abbondano: da Trump contro Harris, alle "primavere arabe" finite in autoritarismo: ogni volta che si crea uno scontro frontale tra opposti, prevale chi riesce a mobilitare le emozioni più radicate.
Anche sul piano politico le cose non sono diverse. L'Italia del dopoguerra offre un caso di studio illuminante. Nel 1946 i partiti di sinistra (Comunisti 19%, Socialisti 20,7%) sommati avevano più voti della Democrazia Cristiana (35,2%). La logica suggeriva che unendosi nel Fronte Popolare avrebbero vinto facilmente. Accadde l'opposto. Nelle elezioni del 1948, la polarizzazione estrema penalizzò la sinistra unita, che perse quasi dieci punti (31%), mentre la DC conquistò la maggioranza assoluta con il 48,5%. La paura del comunismo si rivelò più forte dell'addizione presunta dei consensi.
La polarizzazione politica trascina, o forse meglio dire è trascinata, da altre due polarizzazioni: della paura e della speranza. Entrambe, in un modo o nell’altro, muovono il cuore, entrambe hanno dentro una forza “invincibile”. In questo momento le paure sono “limpide”, si vedono bene, si incuneano forte nel pensiero collettivo, la speranza si vede meno, e talvolta si presenta addirittura come una minaccia. La speranza riformista sta nel non dividere i due principi del realismo e dell’idealismo: il primo serve il secondo, ma il secondo non sarà mai democratico se non segue il primo. Questa interdipendenza di realismo e idealismo è l’estate dei riformisti: non è solo “razionalità” senz’anima, ma forza morale, serietà, visione, unici reali antidoti emozionali al populismo. Si tratta di svilupparli, con nuove idee e con maggiore coraggio.
UNA RECENSIONE COME APPENDICE
L’ora dei predatori
Bisogna creare una nuova categoria per “L’ora dei predatori”. Una categoria editoriale che metta insieme la forma narrativa del racconto, la ponderatezza del saggio e una scrittura ritmica, elegante, leggera. Potrebbe persino essere definito un “libello” morale, perché il filo che lega gli argomenti è intinto nell’inchiostro dell’etica, e sempre con lievità. Vede la fenomenologia del potere, anzi delle società occidentali, tanto che vien da pensare alle “Lettere Persiane” di Montesquieu, romanzo epistolare, illuminista, in cui si osserva e giudica la società francese del tempo con ironia, satira, ma anche con riflessioni filosofiche.
In un certo senso è un “libro-mimesi” quello di Giuliano Da Empoli: descrive il tempo presente, frammentato, entropico, quasi indicibile, in una forma letteraria isoforma: perché dove la realtà è frammentata, il libro la coglie con il frammento della scrittura, con una scena o un lampo che illumina. L’entropia è presente attraverso la descrizione della comunicazione che segue direzioni opposte: per un verso, si accentra (sempre meno gruppi editoriali, meno giornali, più controllo dei governi) e per l’altro si sviluppa attraverso i tanti rami che la tecnologia ha reso disponibili (social media; fake news; linguaggio del corpo esaltato dai video, incerto confine tra il vero e il falso). L’indicibile del momento il libro lo trasmette attraverso intuizioni, sentimenti, nostalgie, perché ogni analisi razionale è come se non riuscisse a contenere (e ordinare) la realtà. D’altro canto, c’è un modo di descrivere il mondo di oggi attraverso un linguaggio conseguente, strutturato, logico? Difficile, se non impossibile.
Uscito in primavera in Francia, descrive una realtà che si manifesta sempre più nettamente dalla stesura del libro a oggi, vediamo alcuni esempi che sono dentro e già oltre il libro: Trump che comunica attraverso meme, imprimatur, show e stravolge non (solo) la postura e il linguaggio istituzionale, ma la razionalità stessa della politica; il crescente uso di armi guidate dall’intelligenza artificiale che auto-apprendono le loro modalità d’impiego e (teoricamente) anche il target; i “Borgiani”, la categoria di nuovi predatori, con cui Da Empoli definisce i nuovi potenti del mondo, ingrossano le loro fila velocemente.
Il libro è come calcolare la derivata matematica mentre si scorre la linea degli eventi: si prende un punto e si cerca di capire quel che accade, sapendo che dopo un attimo cambierà ancora. Quale filo unisce i “Borgiani”? L’ideologia autocratica, certamente, ma non basta; lo stile di leadership aggressivo, manipolativo, opportunistico, certamente, ma non basta; l’ispirazione machiavellica, con l’inganno, la dissimulazione e la generazione di shock continui; certamente, ma non basta. Quello che li unisce è che sono vorticosamente contemporanei, cioè figli del loro tempo, del nostro tempo.
È contemporaneo il tempo della velocità: “quello che era vero ieri, non sarà vero domani” si è ridotto a… quindici minuti); è contemporaneo il tempo della viralità che sostituisce la verità: “se è virale, è reale”; è contemporaneo il tempo del caos che non genera più “stelle danzanti”, ma mostri quotidiani; è contemporanea l’intelligenza artificiale generativa (e non solo quella) che sarà (è) il grande acceleratore di questo turbinio.
Velocità, azione, imprevedibilità, immaterialità (Futurismo 2.0?) sono i grandi connotati dei nuovi predatori e l’intelligenza artificiale sembra essere pensata apposta per gestire intere collettività (“da programmatori di computer a programmatori dei comportamenti umani”, scrive l’autore). Nella storia del mondo non s’era mai visto qualcosa di così capillare, ubiquo e invisibile in mano ai potenti.
La vividezza del racconto di Giuliano Da Empoli nasce dalla descrizione di scene “sublimi” che danno vita a una sorta di galleria rappresentativa di come oggi va il mondo, o meglio il potere nel mondo, che l’autore ha vissuto personalmente, e su due palcoscenici diversi (i governi italiano e francese), per cui ne ha potuto cogliere i dettagli estetici (mai come adesso l’estetica spiega l’etica e… la politica). Il suo metodo istintivo-induttivo parte dal dettaglio della cosa per capire la sostanza della cosa. Per altro, il sistema deduttivo è oggi in disarmo, diremmo per mancanza di tempo, perché ogni analisi generale rincorre il suo oggetto che cambia continuamente. L’unica cosa che si può fare, allora, è di cogliere ciò che accade, intuirne la direzione e usare il pensiero veloce per incasellare in qualche maniera ciò che accade. Con un punto importante, però, che nel libro emerge quasi a ogni pagina: per capire l’effimero del presente si deve ricorrere al background culturale secolare dell’Occidente, profondo piuttosto che effimero, come se il molto antico fosse l’unico ancoraggio alla comprensione del presente, l’unico capace di dare una prospettiva e un senso allo scorrere vorticoso e sorprendente degli eventi.
I capitoli scorrono veloci come gli episodi di una serie televisiva (ecco un’altra mimesi) e anche in questo, cioè il tipo di serie televisiva da scegliere per capire la politica, nel libro si considerano tre opzioni e persino un’ipotesi sul loro peso interno: minimo per la competizione virtuosa tra staff del capo (West Wing), medio per quella machiavellica, brillante e senza scrupoli (House of Cards), massimo e crescente per la rappresentazione della politica come una continua commedia degli errori e con i suoi personaggi sempre inadeguati al ruolo (Veep).
Forse la scoperta più importante del libro è che oggi il potere non è più “un drago nella nebbia”, come vuole un detto cinese, ma un drago perfettamente e inesorabilmente visibile, troppo visibile, che fa della visibilità la sua forza inappellabile. Pensavamo a un nuovo genere letterario, ci troviamo davanti a un nuovo genere di potere, e di potenti.
Economista. Docente all’Università di Firenze. Master in Economia dello Sviluppo, Laurea in Scienze Economiche e Sociali. E’ cresciuto al Censis, responsabile di Sociometrica, è consulente strategico.