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    Mi chiedo con rabbia quanto ci sia di popolare, sia pure di populista, nella contestazione, nel disprezzo e, talvolta, nell'odio verso la cultura. E non parlo della contestazione dei "maître à penser", per altro condivisibile, ma proprio dell'apprendimento in sé, della voglia o della necessità del sapere, quasi che ci si debba vergognare ad avere un libro (o un e-book) in mano.

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    "Sei un populista", dice il primo e sistema la faccenda. Poi si accorge - il linguaggio tradisce - che questa definizione è come se non bastasse perché l'accompagna a qualcos'altro: razzista, estremista, "di destra". Viene fuori un bel "pot-pourri" di termini, qualcosa di indistinto che riporta sempre il discorso al passato (il fascismo ecc.) e sfugge al presente. Dobbiamo, invece, capire cos'è la novità del populismo lasciando le definizioni "rassicuranti" che ci allontanano dal cuore del problema, cioè dalle sue novità. Chi trova le novità, trova anche gli strumenti. Senza capire il fenomeno, nessuna strategia è efficace.

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    Una delle definizioni più compatte della paranoia, una delle poche malattie, forse l'unica, che non si manifesti come tale, cioè come malattia, tanto che i paranoici spesso sono i più "efficienti", è che sia una forma estrema e irrazionale di sfiducia verso gli altri. Finché resta sul piano personale, i danni e le conseguenze sono limitate, quando si manifesta al livello di massa, è micidiale.

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